Niccolò Enrile – Milan Vibes
Riccardo Cucchi è una delle voci più riconoscibili e autorevoli del giornalismo sportivo italiano. Per oltre trent’anni ha raccontato il calcio agli ascoltatori di Radio Rai, diventando un punto di riferimento della storica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto e accompagnando generazioni di tifosi attraverso le emozioni delle partite più importanti, dai campionati ai Mondiali.
Una carriera costruita su passione, equilibrio e capacità narrativa, culminata con la radiocronaca della finale del Mondiale 2006, quando poté gridare in diretta “Campioni del mondo”.
Riccardo Cucchi, analizza il momento del Milan e la sfida contro la Lazio: dal lavoro di Allegri, che ha dato compattezza e identità alla squadra, ai possibili protagonisti della gara.
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lAla vigilia della sfida tra Lazio e Milan, abbiamo analizzato insieme il momento delle due squadre, tra ambizioni rossonere e le difficoltà dei biancocelesti.
Hai dedicato una vita intera a raccontare il calcio. Qual è stata la tua più grande soddisfazione e qual è stata invece la sfida più difficile in questo lavoro?
“Sai, io credo che uno dei sogni ricorrenti di chi fa cronache sia quello di poter gridare una volta nella propria vita “campioni del mondo”. Quindi è chiaro che mi reputo veramente un privilegiato per aver raccontato la finale di Berlino del 2006 e per aver potuto gridare “siamo campioni del mondo” dopo il calcio di rigore trasformato da Grosso.
Alla radio era accaduto solo a Nicolò Carosio per due volte, nel ’34 e nel ’38, ed Enrico Ameri nel 1982 aveva avuto l’opportunità di gridare “campioni del mondo”. Addirittura radiocronisti dello spessore di Sandro Ciotti non ci sono riusciti, perché Ciotti raccontò la finale del ’94, quella di Los Angeles, e purtroppo Baggio mandò alle stelle il calcio di rigore che avrebbe potuto realizzare i nostri sogni.
Nel 2006 Bruno Pizzul, grande maestro, ha avuto la fortuna di gridare “campioni del mondo”, quindi devo dire che da questo punto di vista mi sento davvero un privilegiato.
La parte più difficile del mio lavoro, invece, è stata sicuramente quella di mantenere l’equidistanza nel racconto della partita, nella consapevolezza che chiunque fosse all’ascolto dovesse essere rispettato, qualunque fosse naturalmente la sua appartenenza, i suoi colori.
Cioè essere la voce di tutti i tifosi e non soltanto di qualcuno, pur avendo io, fin da quando ero bambino, una grande passione per una squadra, la Lazio. Adesso lo posso dichiarare ovviamente per il contesto, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di dimenticare completamente le mie passioni sportive quando ero al microfono e di essere “terzo”, tra virgolette, nel racconto di ciò che vedevo, suscitando le emozioni, questo era l’obiettivo che mi proponevo, di tutti coloro che erano all’ascolto, qualunque fosse la squadra del loro cuore”.
Nel 2017 hai dichiarato pubblicamente la tua fede laziale…
“Esatto. Dopo l’ultima partita che raccontai al microfono, il 12 febbraio, era un Inter-Empoli. Alla fine della partita Paola Ferrari, al novantesimo minuto, mi intervistò e mi chiese di dichiarare finalmente quale fosse la mia squadra del cuore.
Io per tutti gli anni in cui ho lavorato al microfono, quando qualcuno mi domandava quale fosse la mia squadra del cuore, rispondevo sempre: se ce n’è una, lo saprete soltanto quando avrò smesso di lavorare.
Quel giorno ho dichiarato di essere tifoso della Lazio. Io mi reputo ancora oggi, ormai ho i capelli bianchi, sono anziano, ma mi sento ancora un ragazzo di curva, tra virgolette. Tant’è che, una volta smesso di lavorare, sono tornato a vedere la mia Lazio allo stadio e sono abbonato proprio in curva”.
Com’è stato raccontare le partite della Lazio in quegli anni, sapendo di dover mantenere un racconto neutro per il tuo lavoro? E com’è stato il momento della confessione?
“Innanzitutto ho amato il mio lavoro, quindi prima di tutto è venuto il mio lavoro. Ho coronato un sogno: il mio sogno fin da ragazzino era quello di poter fare il lavoro che facevano Enrico Ameri e Sandro Ciotti, che erano i miei punti di riferimento quando alla domenica il calcio si poteva ascoltare soltanto alla radio.
Quindi sono stato molto felice di aver fatto il mio lavoro. Dopodiché voglio anche dirti che, una volta smesso di lavorare, mi è piaciuto finalmente poter tornare allo stadio con una sciarpetta al collo – nel mio caso biancoceleste – e fare il tifoso. Ed è esattamente quello che sto facendo da quando ho smesso di lavorare: faccio il tifoso della Lazio. Ed è bello, devo dire, è bello. Mi sono finalmente liberato da ogni tipo di costrizione, la costrizione necessaria del lavoro. Oggi vado allo stadio, tifo Lazio per la Lazio e posso esultare quando segna la Lazio”.
Nel 2000, durante la cronaca di Perugia-Juventus, hai potuto annunciare in diretta la vittoria dello scudetto della Lazio, il secondo della sua storia.
“Sì, ed è stata una giornata molto difficile. Io ero a Perugia per raccontare Perugia-Juventus, perché la Juventus era in testa alla classifica. Nel primo tempo sembrava tutto ormai deciso, e la Lazio naturalmente aveva una piccola speranza, ma più che altro di poter raggiungere eventualmente lo spareggio scudetto, perché all’epoca, in caso di parità, era previsto lo spareggio.
Però era del tutto evidente che la possibilità fosse davvero molto remota.

