( di Alberto Sigona)- Concepita per arginare le polemiche, l’assistenza video arbitrale contribuisce invece ad alimentarle, arrivando persino ad acuire le discussioni. Sino a perdere il senso della misura…
Quando fu introdotta nel 2017 si credeva che potesse limitare, oltre agli errori arbitrali (che spesso arrivavano a condizionare la regolarità delle partite), anche le polemiche, che di anno in anno si facevano sempre più roventi, sino ad esacerbare gli animi dei diretti interessati e ad avvelenare l’intero pianeta calcistico. Le discussioni e le recriminazioni ormai erano divenute le vere protagoniste del calcio italiano, prendendo il sopravvento sul gesto tecnico, su tornei, trofei e quant’altro avrebbe dovuto girare attorno alla bellezza del nostro sport nazionale. Francamente dopo circa un secolo un po’ tutti ci eravamo stancati e nauseati di dover assistere quasi regolarmente, durante e dopo le partite, da parte di calciatori, società e addetti ai lavori vari ed eventuali, a contestazioni più o meno veementi indirizzate verso quello che tutti additavano come un nemico comune, ovvero l’arbitro, imputato spesso e volentieri di essere l’artefice dei più svariati misfatti, reo una volta di fischiare con troppa fiscalità, un’altra di “in… fischiar… sene” delle regole, un giorno di punire quando non doveva e un altro giorno di non castigare quanto doveva. In un match poteva essere incolpato di farsi sfuggire la situazione di mano, per poi vedersi accusato di non vedere un fallo di mano. O di dirigere con troppo rigore salvo poi non vedere un’infrazione da rigore. Di parteggiare troppo per una squadra o di patteggiare troppo poco con l’equità.
FINALMENTE TU
Poi, appunto, era arrivata finalmente lei, integerrima ed imparziale, ovvero la famigerata moviola in campo, meglio nota come VAR, che avrebbe dovuto mettere tutti amorevolmente d’accordo. Da tanti lungamente invocata e da alcuni deferentemente osannata, ci si affidava ad essa per porre fine a cotanta iniquità. E per arginare le succitate annose e snervanti polemiche, che di giornata in giornata infestavano diffusamente non solo il campo di calcio ma anche i più svariati giornali sportivi ed i vari salotti televisivi, in cui si sollazzavano beatamente opinionisti di vario genere, dai più rodati ai più improvvisati, che dall’alto della loro protervia pretendevano un giorno sì e l’altro pure di possedere la verità incarnata. Ma la realtà, ahinoi, sarebbe stata ben diversa da quella profetizzata. Da quando la VAR ha iniziato a trovare ospitalità ai bordi del campo, le controversie dialettiche non solo non si sono placate, ma se possibile si sono addirittura accentuate ed ulteriormente avvelenate, risultando accresciute nei toni e nella quantità, in dimensioni e proporzioni. In epoca pre-Var, infatti, l’errore arbitrale a volte poteva anche essere perdonato, in nome di quella assodata impossibilità di pretendere l’infallibilità dagli esseri umani. In fondo il direttore di gara, pur dall’alto della sua figura di garante dalle grandi responsabilità, era pur sempre un uomo, non certo una macchina congegnata al millimetro, e di conseguenza qualche volta gli era persino permesso di sbagliare senza dover subire la fustigazione sulla pubblica piazza. Purchè costui non si abituasse a cotanta magnanimità della corte popolare giudicante. Ma oggi con il supporto della tecnologia ogni attenuante sembra venir meno. Oggi per via dell’assistenza video non si ammettono alibi e non si tollerano scappatoie. Se prima sbagliare era umano, adesso è diventato diabolico, da condannare al rogo. Come se la mano dell’uomo fosse scomparsa del tutto. Scordandosi che in realtà essa si è soltanto defilata dal primo piano, limitandosi ad abbandonare l’esclusiva dei tempi andati, ma rimanendo sempre la protagonista principale di quel teatro chiamato calcio. Incredibilmente si pretende che la perfezione alberghi in ogni contesa. Si esige che ogni valutazione arbitrale sia totalmente estranea alla discrezionalità personale. Si presume che tutto debba essere rigorosamente oggettivo e ci si aspetta che ogni decisione sia ineccepibile, ideale ed inappuntabile. Guai a farsi sfuggire un tocco, sia mai che una squadra debba subire un torto. Non può esistere una svista e si esige che ogni azione vada rivista. C’è l’assillo del cavillo, si vuol vivisezionare ogni gesto, si cerca ogni pretesto… ma non si trova la ragione. Errare è diventato un oltraggio allo sport, equivocare è assimilabile ad un’oscenità. Orrenda ed imperdonabile. E di volta in volta c’è chi grida al complotto, chi protesta contro il sistema, chi lancia proclami, chi richiama all’ordine, chi deplora tanto disordine, chi intima, chi ammonisce, chi sollecita, ma anche chi inveisce, chi rimbrotta o redarguisce. Ed allora giù tutti a scagliarsi contro l’orco brutto e cattivo, un tempo vestito di nero, che si permette di attentare all’integrità delle “onorate società”. Ed è così che un semplice incontro di calcio può assurgere ad affare di Stato. Ed è così che un giorno ci si sentirà in diritto di invocare la gogna per chi è tacciato di avere tanta rogna. Ed è così che per avere giustizia ci si potrà appellare all’ONU, alla NATO o magari alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E nel frattempo ci si scandalizza, ci si stupisce, ci si lagna e ci si incupisce. VAR pretendeva a suo tempo di essere l’acronimo di Voglio Assoluta Regolarità, ma col tempo si sta rivelando la sigla di Verso Accese Rimostranze. E intanto lei se ne sta imperterrita sempre lì, maestosa, imponente e soprattutto… infuocata. Come sempre fu. Come sempre sarà. Chi? Ma Sua Maestà “La Polemica”, naturalmente…

