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Aspettando la cara vecchia Harley.Questione di manico di Luca Mencacci

Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro a tutti. Siamo stati ridotti alla stregua di tifosi di quel cosiddetto sport nel quale una ventina di soggetti in mutandoni insegue una palla.

Si parla di bilanci, leggi aziende che falliscono lasciando senza sviluppi ne’ speranze talenti che meriterebbero ben altre opportunità.

Si parla di mercato, con le giapponesi che tornano ad attrarre le attenzioni degli scontenti. Non certo per la vittoria di Johan Zarco’ nella roulette di Le Mans, quanto piuttosto per il famigerato 2027, data in cui qualcuno spera che il dominio Ducati si interrompa.

Si parla di contratti, con l’ingarbugliata vicenda sollevata dal caso Martin versus Aprilia che tiene banco nel paddock.

Si parla di SuperBike, con il campione turco Razgatlıoğlu che scalpita per avere la sua chance.

Si parla di tutto, tranne che dello sport che noi amiamo più di tutti. Delle accelerazioni estreme e delle staccate al limite che solo la MotoGp sa darci.

L’incommensurabile talento di Marc Marquez e l’aereodinamica che impedisce di avvicinarti troppo agli scarichi del tuo avversario hanno ridotto al lumicino ogni altra possibile discussione. E sopratttuoo spento ogni emozione. Certo a Le Mans, si è visto qualcosa di nuovo. Fabio Quartararo ha confermato la pole che aveva già fatto segnare a Jerez, Fermín Aldeguer ha segnato il giro veloce in pista durante la Sprint e Alex Marquez quello durante il Gran Premio della domenica. Gara che poi ha vinto un intelligente quanto fortunato Zarco.

Ma sono tutte gocce d’acqua nel deserto della competizione autentica.

La Moto Gp sembra malata e, a dispetto del record di appassionati bordo pista, oltre 311 mila, Marc Marquez in rosso non è la cura. Non può e non vuole esserlo. Perché è un killer che vuole solo vincere e perché domina anche quando va piano.

Nella speranza che anche a Silverstone, Giove Pluvio aiuti la dirigenza sportiva e consoli tutti noi appassionati, si è incominciato a parlare persino di Harley Davidson.

Ora, se in un contesto come quello della MotoGp, si parla di Harley e lo si faccia con toni enfatici, come a sottolineare l’evento epocale, allora sembra ormai chiaro che sia stata definitivamente persa la bussola.

A scanso di equivoci è corretto precisare che chi scrive ha passato vent’anni in sella alla Harley guidando i modelli più iconici, dal Fat Boy alla Springer Heritage. Avendo iniziato con la mitica Sportster 883 e finito con la Softail Breakout, dopo ben oltre mezzo milione di kilometri spesi ad inseguire il sogno americano, non si ricorda se ha consumato più benzina o bevuto più alcol, ma sa di cosa parla.

Le Harley-Davidson Bagger Series non possono essere la risposta alla crisi di spettacolo. Certo vedere quelle magnifiche Road Glide, modificate per la competizione prendersi a carenate invita a riprendere in mano la bottiglia di Jack e a farsi due allegre risate. Ma da qui a dire che un monomarca ci potrà salvare il passo è veramente lungo.

Il nostro amato sport ha bisogno di un suo completo ripensamento, che passi dalla paradossale introduzione di prototipi meno estremi, praticamente un ossimoro ingegneristico, ad una reintroduzione di scuole nazionali. Perché un mondiale che parla solo spagnolo è diventato ormai imbarazzante.

Solo per dare due numeri, l’inno spagnolo ha sin qui risuonato 21 volte su 26! Mentre tanto il primo che il secondo gradino della classifica generale in tutte e tre le classi termiche sono occupati da piloti spagnoli.

A titolo di cronaca l’Italia si difende nella MotoE ma non è questo il punto. Non si tratta certo di becero sciovinismo

Il Motomondiale ha sempre subito domini nazionali, potremmo dire generazionali, ma lo strapotere di una nazione in tutte le classi, nei dominatori come nelle posizioni di rincalzo, soprattutto anche nelle future promesse non è sicuramente un bene.

Si chiede alle altre case di impegnarsi maggiormente per abbattere il dominio Ducati, ma non si dice nulla della ignavia delle federazioni a sostegno dei campionati nazionali e dello sviluppo dei talenti.

Un monomarca mononazionale perderà inevitabilmente il suo slancio.

Luca Mencacci

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