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Il suono più bello del mondo.Questione di manico di Luca Mencacci

Se chiediamo ad un motociclista quale sia il suono più bello del mondo, probabilmente risponderà quello che esce dagli scarichi della propria moto. Che sia cupo e muscolare come quello di un due cilindri o acuto e rabbioso come quello di un quattro, il motore che canta è la colonna sonora migliore di ogni sana tirata tra i tornanti di un passo alpino come tra i cordoli di una pista.

Se però la stessa domanda viene fatta al bar, il discorso cambia e l’eco delle proprie imprese leggendarie, il Grande Raccordo Anulare di Roma su una ruota sola, quella anteriore, o il giro di pista con tempi che sarebbero stati almeno da mondiale per le derivate di serie, con gomme peraltro consumate, tende a risalire prepotentemente la classifica.

Ma c’è un’armonia che più di tutti appaga quella sottospecie sgradevole e volgare che è il giornalista motociclistico ed è quella emessa dalla sua voce quando pronuncia la frase immortale: “Ve l’avevo detto!”

Non c’è melodia più appagante del breve rincorrersi di quelle quattro parole che sanciscono risolutivamente ed inequivocabilmente la superiorità tecnica del motociclista che si professa giornalista. Dell’utente che si fa saccente.

Sono le note del riff definitivo che verrà ripetuto nelle chiacchierate al bar ogniqualvolta un malcapitato si azzarderà a tornare sull’argomento.

Per sempre.

Ora, in momento di rara umiltà e di scaramantica speranza, io non vorrò pronunciare quelle fatidiche parole.

Voglio credere che Bagnaia stia ancora prendendo le misure alla nuova moto e magari solo concedendo un po’ di margine all’anziano fenomeno.

Marc Marquez, del resto, non è più giovanissimo e viene da alcuni anni disastrosi. Ma è pur sempre un otto volte campione del mondo e merita tutto il rispetto possibile.

Concedergli l’onore della prima pole position della stagione è stato un omaggio alla storia. Permettergli di vincere la Sprint, un atto di puro snobismo visto il format che mai ci è realmente piaciuto. Donargli il successo nel primo Gran Premio della stagione, un gesto di signorilità compiuto sull’onda di una trascinante generosità. Lasciargli l’onore di segnare il giro migliore in entrambe le gare, la ciliegina sulla torta di ben ritrovato.

Poi il regalo più bello, quel fratello sul podio, due volte lasciato arrivare secondo, sulla moto vecchia dello scorso anno, un coinvolgente inno alla famiglia spagnola che tanto ha dato al nostro sport e che in Ducati, azienda italiana, non può che essere accolto con compiaciuto trionfalismo.

Quella di Bagnaia a Buriram non ha declinato una sconfitta assoluta, prodromica di una drammatica debacle in termini di campionato, ma ha anche rappresentato il significato più autentico della ospitalità mediterranea.

“Benvenuto a casa tua, Marc”. Avrà pensato quel gentleman di Pecco. “Quello che è mio, è tuo. Il team, il gradino più alto nel podio, i record. Va bene così. Tanto io la possibilità di scrivere la storia l’ho già persa lo scorso anno, quando troppe volte sono caduto senza manco sapere il perché”.

Ma quest’anno forse sarà tutto più chiaro.

Sentite quanto stride il rumore di quel “forse” cui tutte le nostre speranze rimangono aggrappate?

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