(Alberto Sigona) – Il campione della Visma ha letteralmente dominato la sua prima Corsa Rosa, volando indisturbato sulla concorrenza.
IL GABBIANO JONAS
Il campione della Visma ha letteralmente dominato la sua prima Corsa Rosa, volando indisturbato sulla concorrenza.
Jonas Vingegaard era il classico vincitore designato della vigilia, colui che in base alle previsioni avrebbe dovuto conquistare in scioltezza il Giro d’Italia 2026, e così è stato. In effetti il danese della Visma Lease a Bike non ha tradito le autorevoli attese che si riponevano in lui, così, traendo beneficio anche da una concorrenza di livello non trascendentale (ci perdoneranno Felix Gall e compagnia), puntuale come Sua Altezza l’Ineluttabile, si è presentato più elegante che mai all’appuntamento con la Vittoria, imponendosi con nonchalance alla 109^ edizione della Corsa Rosa.
UN DOMINIO REGALE
Ostentando uno sfarzo inusuale ed un fascino irresistibile, facendo sfoggio di tutta la propria eminenza, Vingegaard ha saputo assoggettare quasi per inerzia tutti i suoi rivali che erano accorsi per arginarne l’impeto, salvo rendersi conto che non avrebbero potuto far altro che riverirlo riservandogli tutti gli ossequi e gli onori che in genere spettano ad un sovrano. Effettivamente la supremazia del danese è stata autoritaria, degna di un regime assolutistico, di quelli che sono in grado di reprimere ogni tentativo di contestazione altrui e di annientare sul nascere ogni proposito d’insurrezione, per un dominio con rarissimi precedenti nella storia del Giro d’Italia. La sua superiorità è stata proprio debordante. Lo dimostrano i distacchi oceanici inflitti ai malcapitati avversari, apparsi al suo cospetto delle creature deboli ed insignificanti, senza vere pretese se non quella di salvare la pelle. Ma lo dimostrano soprattutto i numerosi acuti vincenti piazzati lungo la sua traiettoria ambrata. Vingegaard, infatti, si è imposto in ben 5 tappe, tutte di montagna, un singolare primato che in passato, prendendo in esame il Dopoguerra, non era riuscito nemmeno a gente del calibro di Fausto Coppi o Eddy Merckx, e che aveva centrato soltanto il suo coevo nonché attuale rivale per antonomasia T. Pogacar nel 2024. Il che la dice lunga, sicuramente meglio di ogni ulteriore dissertazione, sulla portata dell’impresa dell’asso venuto dal Nord, che magari non si sarà dovuto misurare con chissà quali talenti, ma che ad ogni modo è riuscito ad evidenziare delle qualità non indifferenti, che in genere appartengono solamente ai Signori del Pedale, di cui certamente fa parte il 29enne nativo di Hillerslev. Tra l’altro in virtù di questo successo il capitano della Visma si è iscritto al ristretto club di coloro che hanno cinto il capo con la Tripla Corona, diventando l’ottavo corridore all time ad aggiudicarsi in carriera i tre Grandi Giri (vanta, infatti, anche 2 Tour ed 1 Vuelta), affiancando giganti della statura di Anquetil, Merckx, Hinault e Froome (oltre a Gimondi, Contador, Nibali)… Tornando alla rivalità con Pogacar, in vista del prossimo Tour de France c’è da leccarsi i baffi, per quello che si annuncia sin da ora l’ennesimo duello all’ultimo sangue, una di quelle sfide show che fanno bene allo sport in quanto ne sono l’essenza, alimentando considerevolmente la passione dei tifosi e degli appassionati, che per andare a pieno regime necessita periodicamente proprio del carburante elargito da certi esimi personaggi.
ITALIA APPENA SUFFICIENTE
Se per Vingegaard è stato un Giro da tripudio, per l’Italia è stato invece un’altra Corsa Rosa tutto sommato sottotono, da sufficienza stentata. Abbiamo vinto 4 tappe, è vero, ma non siamo stati mai in lizza per un posto di rilievo nella Generale (il primo degli italiani è risultato il 23enne di belle speranze, nonché gregario proprio di Vingegaard, Davide Piganzoli, 8°) e sulle montagne ci siamo dovuti munire di strumenti ottici eccellenti per non perdere totalmente di vista i big, con l’unica eccezione rappresentata dal solito G. Ciccone, che ha indossato per un giorno la Maglia Rosa, per poi portare a casa quella Azzurra di leader degli Scalatori. Confidavamo molto, forse troppo, su Giulio Pellizzari, ma il classe 2003 si è mostrato ancora acerbo (in realtà c’era d’aspettarselo) per andare adagio sulle le vette più ambite. Per il resto i nostri non hanno mostrato segni di vita, per un movimento azzurro che da molti anni a questa parte fatica enormemente a tenere il passo spedito delle Nazioni più illustri, e che si sta mostrando poco rispettoso del proprio insigne passato e poco incline ad una seria programmazione che ci possa far riscattare in un futuro non troppo lontano.


