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Milan Vibes, intervista esclusiva a Simon Kjaer

Simon Kjaer è stato intervistato in esclusiva da Milan Vibes: lo storico difensore danese del Milan ha parlato ai nostri microfoni nella cornice del centro sportivo di Casnate con Bernate, dove si terrà il “Memorial Franco Chignoli”, magnifico evento benefico di calcio giovanile Under 11 tra le miglior squadre mondiali, giunto alla quarta edizione. Ecco le sue parole ai nostri microfoni.

Simon Kjaer in esclusiva a Milan Vibes: “Lo Scudetto del 2022 lo sento mio”

“Mi vengono i brividi, è stata una delle giornate più belle della mia vita, emozioni che mi rimangono per sempre. Il Milan è stato un sogno, lo Scudetto è stato un sogno”.

Il sogno di diventare calciatore

“Io sono cresciuto con la passione per il calcio: ho iniziato a quattro anni, fatto una piccola pausa e ricominciato a sei anni. Mi divertivo, poi dopo è diventato un sogno, è stato il mio primo amore il calcio, dopo mia mamma e papà. Non volevo fare i compiti, volevo diventare il calciatore, un sogno che mi ha permesso di trovare tutte le cose positive in vita mia. Era più bello quando era solo un sogno, poi arrivano le pressioni e diventa meno bello. La pressione diventa un’abitudine, però se perdi un derby in Turchia, Fenerbahce-Galatasaray, non uscivi di casa. A Milano era più tranquillo il derby, ma comunque era una pressione grossa, non uscivi magari. La pressione è una componente che nel calcio pesa tanto”.

La pressione del calciatore

“La pressione arriva sempre più da giovani, ma i ragazzi devono sempre divertirsi. Il 99% delle persone che arrivano a giocare a calcio si allenano tanto e lo puoi fare solo se ti diverti. I miei figli non sono Lamine Yamal, dovessero diventare calciatori vuol dire che ci hanno messo del loro, specie a 14/15 anni. Mio padre mi ha cresciuto con questo binomio dell’allenamento e divertimento, così sono cresciuto e si deve fare”

L’importanza della famiglia per un calciatore

“La famiglia per me è tutto anche nel calcio: tutto parte dalla famiglia. Rispetto, voglia di lavorare, voglia di essere compagno. I miei figli giocano in difesa. Io non avevo come compito quello di fare gol, ma anche i miei figli hanno la testa dura come me, ogni tanto vogliono andare a fare gol. Io sono meno duro di mio padre nel dare consigli, se loro me li chiedono io li consiglio e li porto in una strada diversa da quello che stanno facendo, quello che stanno facendo ora è frutto del loro lavoro invece. Sono due difensori, uno mancino”.

“Papà era il mio idolo, i miei figli hanno 10 e 12 anni, quindi diventa solo peggio col passare degli anni (ride, ndr). Il percorso che faranno nella vita passa anche dal fatto che non mi

ascolteranno a quest’età. Ho smesso perché volevo stare di più con loro, dato che nel calcio non sei quasi mai a casa. Quando io ho fatto il record di presenze in nazionale, il mio allenatore aveva detto che avevo passato almeno 2 anni e mezzo in nazionale, lì ho capito che era buona parte della vita di mio figlio e dovevo recuperare quel tempo”.

Il suo percorso da calciatore e il messaggio ai giovani

“Quando avevo 15 anni e il Midtjylland ha iniziato l’accademia, non sono stato scelto, sono entrato perché tre ragazzi hanno detto di no. Gli allenatori, che erano 15, dovevano scrivere il nome di tre ragazzi che sarebbero arrivati in prima squadra, e non c’era il mio nome.

L’anno dopo c’era sulla lista di tutti: questo perché il discorso è diverso per tutti, arriva un momento in cui tu passi dal divertimento a dover lavorare per quell’obiettivo, e alcuni magari pensano di mollare. Ma quello che conta a quest’età, la loro, è divertirsi”.

“Io avevo paura che quando loro avrebbero avuto 15 anni avrebbero avuto un sentimento di pressione di papà: è molto importante per me che loro abbiano iniziato a giocare non perché lo faceva papà ma perché vogliono loro. Lo vedo ora, che quando andiamo a giocare una partita, si dice che il papà giocava nel Milan, ma non gli metterò mai questa pressione”.

Cosa può insegnare Simon Kjaer?

“Credo che la cosa che comincia sempre più presto, che è la pressione di vincere, porta una barriera nello sviluppo del talento. Il consiglio è non avere rimpianti: quando vai dentro il campo devi andare a 1000 e non pensare a nulla. Quello che ho vissuto nell’ultima parte della mia carriera è divertimento e gioia al massimo livello: sapevo che io avevo messo tutto in allenamento, quando andavo a San Siro, vincevo o perdevo ma ero a casa sereno perché sapevo che avevo fatto tutta la settimana al massimo, a mille. Ti dà la possibilità di dare soddisfazione nel restare dentro il campo: il mio auspicio è che i ragazzi possano arrivare a questo punto con un percorso, a me è arrivato a 29 anni”

Oggi dirigente del Midtjylland, come cambia tutto?

“Midtjylland è la prima società che ha aperto un’accademia in Danimarca, con un percorso pazzesco in 25 anni. Qualche anno fa hanno costruito un centro sportivo con una scuola dai 6 ai 13 anni e mangiano insieme ala prima squadra, stessa struttura. Si lavora in maniera umana, si pensa prima all’uomo e poi al calciatore. La nuova proprietà ha investito tantissimo in centro d’allenamento, scuola, campi, strutture che testimoniano la volontà di crescere ed innovare per migliorare come società, se stai fermo sbagli e per questo mi piace lavorarci”

Esempi da portare ai più giovani: Maldini, Ibrahimovic, Eriksen

“Paolo Maldini come persona è la prima cosa: con un essere umano devi stare a stretto contatto ogni giorno, quindi lo scegliere sempre anche come esempio da portare ad un evento come questo (il Memorial Franco Chignoli, ndr). Ma anche Zlatan Ibrahimovic, che a volte non è così simpatico ma come persona, per mentalità e voglia di vincere, non ho mai visto una cosa del genere. Su di lui ho imparato tantissimo di quella mentalità e sono molto contento di averlo conosciuto a 29 anni perché è un animale (ride, ndr). Eriksen è la persona

più buona che io abbia mai conosciuto in vita mia invece, abbiamo condiviso tanti anni in nazionale ed ha qualità da top player assoluto.

L’infortunio in Genoa-Milan

“L’infortunio è una tappa di un calciatore, quell’infortunio con il Genoa ha bloccato il mio prime, ero candidato al pallone d’oro, ero arrivato diciottesimo. Ma è un percorso: ho avuto questo infortunio a un’età in cui era molto positivo e molto negativo: negativo perché a 30 anni il tuo corpo reagisce più lentamente, ma mi ha insegnato cosa significhi essere costante e lavorare 15/16 ore al giorno verso un obiettivo, mi ha insegnato un sacco.

Nell’anno in cui abbiamo vinto lo Scudetto ho sempre avuto la sensazione di averlo vinto anche io come gli altri. Certo, se avessi potuto scegliere lo avrei evitato”.

Il sogno di arrivare al Milan e vincere

“Ho smesso anche perché ho raggiunto il sogno di vincere con il Milan. Poi ho raggiunto un punto in cui io avevo un’età per smettere e i ragazzi avevano un’età che continuando a giocare non mi sarei goduto. Io ero andato via di casa a 15 anni ed ero in una situazione in cui, a meno che mi avesse chiamato il Real Madrid per fare il quarto, mi avesse chiamato una squadra straordinaria, non mi sarebbe mancato continuare giocare. Mi manca stare coi ragazzi, mi manca San Siro, ma non giocare a calcio”.

Cos’è stato il Milan?

“Ho fatto otto anni in nazionale come capitano, anche il mio percorso al Milan era quello di leader della squadra al fianco di Calabria ed altri ragazzi. Io sapevo che avevo bisogno di tutti, una delle mie forze migliori era la sensazione di poter aiutare tutti a diventare un 5% più bravi, creando un’atmosfera per andare avanti.

Sapevo di non poter giocare da solo, avevo bisogno della squadra per vincere, la prima cosa è sempre stata la squadra. Quello importante è creare il gruppo ed arrivare in alto insieme, senza la squadra non siamo nessuno e non possiamo vincere. Quando sei in uno spogliatoio arrivi in un gruppo e crei un sogno con quel gruppo, è una delle cose più belle di giocare a calcio.

Io tifo due squadre: Milan e Danimarca, alle altre voglio bene, sono tifoso del Milan.

A 19 anni, quando sono arrivato in Italia, il mio sogno era arrivare al Milan. Poi certo, la nazionale danese, dove ho fatto 15 anni e 8 da capitano, record di presenze, ma ho vissuto il mio sogno anche in rossonero per 4 anni e mezzo. Ora sto vivendo emozioni con il Midtjylland, nella partita contro il Nottingham Forest e quando abbiamo perso il campionato, sento di voler bene anche a loro”.

Come sta oggi Kjaer?

“Oggi sono felice: la mia priorità è stare più tempo possibile con mia moglie e i figli, costruire ricordi con loro e poi qualcosa devo fare, perché il mio percorso nel calcio non è ancora

finito, non posso stare in pensione troppo tempo. Ora sto studiando questa nuova cosa, questa esperienza, poi vedremo quale sarà la mia strada”.

Un messaggio ai giovani che si approcciano a questo mondo nel Memorial Franco Chignoli

“Divertitevi, date il massimo, quello che avete, perché tutti arrivano da lontano, sarà un’esperienza fantastica, una delle cose più belle vissute nella mia carriera sono le culture dei paesi, che è una cosa che ti dà solo il calcio”.

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