(Alberto Sigona) – La crisi della nostra Nazionale è figlia della politica esterofila dei nostri club. E della passività di chidovrebbe trovarne l’antidoto..
L’ennesima mancata qualificazione della nostra Nazionale ai Mondiali
di Calcio certifica con tanto di timbro istituzionale la marcata crisi
dell’intero sistema italiano, che da troppo tempo non riesce a
valorizzare il proprio “prodotto”, sacrificato in nome di (il)logiche
economiche miopi e ciniche attuate dai nostri club, che tendono
esclusivamente a far cassa senza curarsi minimamente delle conseguenze
negative che, specie nel lungo periodo, si riverberano sulla loro
stessa “salute” e su quella della nostra Nazionale. Penso perciò alla
Serie A, la prima imputata della drastica involuzione subita negli
ultimi tempi dalla massima rappresentativa nostrana, al cui serbatoio
essa attinge a piene mani. Una Serie A ad oggi ingolfata come non mai
di stranieri, la cui altissima percentuale in termini di presenze
complica non poco ai nostri giovani ed ai nostri campioni in erba la
possibilità di affiorare con relativa facilità dalla massa. Un
problema, quello dell’aumento esponenziale degli stranieri a scapito
dei calciatori autoctoni, impostosi all’attenzione all’indomani del
Titolo Mondiale conquistato a Berlino nel 2006, che perciò si trascina
ormai da decenni, e che di anno in anno si ripropone con maggior
vigore, ma che regolarmente trova sbarrate le porte del compromesso e
le finestre della ragione. Pur proponendosi come la piaga principale
del nostro calcio, nessuno tra i “piani alti” pare abbia la volontà di
scendere a patti con la “moda” di ingaggiare giocatori non italiani
sempre e comunque, badando solo ai propri interessi di bottega,
indietreggiando innanzi a qualsiasi proposta innovativa. In sostanza i
club pensano unicamente a curare il proprio orticello, e la
Federazione lascia fare o quasi… Certo, le regole UE impongono ampie
limitazioni in materia di restrizioni all’ingaggio di stranieri
comunitari, e qualsiasi tentativo di arginarle verrebbe quasi
sicuramente fermato sul nascere dall’UEFA, quindi oltre a limitare il
numero di nuovi tesseramenti di calciatori non appartenenti all’UE,
come già accade, non può fare molto. Però, senza travalicare le
proprie competenze e senza contravvenire alle normative vigenti,
compatibilmente con le leggi comunitarie, qualche margine di manovra
per agire ci sarebbe. Ad esempio si potrebbe imporre nelle rose un
certo numero di giocatori cresciuti nei vivai italiani, per un
principio *non legato alla nazionalità*, ma solo alla formazione
calcistica. In realtà alcune regole del genere, seppur a maglie
larghe, esistono già. Ad esempio, oggi la Federazione impone che ogni
club inserisca in rosa 8 giocatori cresciuti in Italia o nel proprio
vivaio, ovvero che vi abbia passato *almeno 3 anni (tra i 15 e i 21
anni), fornendo anche incentivi economici alle società più virtuose.
Vi sono inoltre obblighi strutturali concernenti gli standard tecnici
e organizzativi dei rispettivi settori giovanili. Ma a quanto pare
tali prescrizioni non sono più sufficienti a scongiurare la deriva
qualitativa del calcio italiano, la cui crisi negli ultimi lustri non
si sta limitando esclusivamente agli stessi club (ormai confinati ai
margini dell’elite internazionale), i primi a pagare certa ottusa
esterofilia (che si basa sull’errata ed oscena filosofia che lo
straniero debba essere sempre e comunque più forte dell’italiano), ma
sta pure coinvolgendo marcatamente proprio la nostra amata Nazionale.
Ai tempi dell’ultimo Campionato del Mondo vinto da Marcello Lippi ad
inizio millennio, lo scenario era completamente diverso. All’epoca il
nostro Ct per selezionare i suoi ragazzi poteva contare su di un ampio
bacino di calciatori italiani, quasi tutti impiegati in Seria A e
schierati titolari, magari in top team. Oggi l’erede di Gennaro
Gattuso dovrà scrutare attentamente e pazientemente persino tra i
sobborghi di numerosi club minori, osservando scrupolosamente pure i
vari campionati sparsi per il Globo, con la speranza di scovare nei
punti più nascosti ed imprevedibili il giocatore che può fare al caso
suo. In pratica manca la materia prima, e se c’è non è detto che sia
di pregiata qualità. Essa spesso risulta “bruciata” dalla concorrenza
estera sempre più spietata e in certi casi poco meritevole, ma solo
più “esposta” alle attenzioni altrui. Per far sì che i talenti
italiani emergano più facilmente e che non rischino di perdersi troppo
presto, magari senza avere avuto la possibilità di farsi notare dagli
intenditori (i cosiddetti talent scout), occorrono ben altri antidoti
atti a contrastare quella che sta diventando una vera ossessione nei
confronti degli investimenti in ambito estero che non sta facendo
altro che nuocere all’infinito al calcio tricolore. I contentini e gli
incentivi ai club non bastano più. Urge ben altro. Senza ripensamenti,
senza tentennamenti, senza procrastinare quello che si deve fare oggi
stesso. È una questione di senso di responsabilità. Non sono più
tollerati diversivi sul tema. Non sta a me o a noi giornalisti entrare
troppo nel merito o stabilire dettagliatamente i modi per arginare il
fenomeno. Per questo ci sono gli enti preposti, ci sono persone pagate
(pure tanto) per farlo. C’è la Federazione. C’è lo Stato italiano. C’è
il Governo. Di certo, alla luce della terza mancata qualificazione
iridata di seguito, qualcosa andrà fatta, o perlomeno tentata.
Soprattutto intervenendo sui precetti in materia di tesseramento sia
negli ambiti giovanili sia nei settori professionistici. Senza
sottovalutare il campo fiscale, che in genere risulta molto incline a
sensibilizzare le società, così attente ai bilanci… Sicuramente, a
prescindere da quello che si dovrà fare, non ci si può limitare ad
osservare passivamente da spettatori disinteressati mentre il nostro
Calcio va in malora. Lo dobbiamo ai nostri tifosi. Lo dobbiamo alla
nostra Patria. Lo dobbiamo alla nostra Storia.


