Principesse e cavalieri – Prima di inanellare un paio di giri seri, togliamoci subito un sassolino dallo stivale. La Ducati ha battuto se stessa. Se al Mugello aveva portato quattro moto in fila al traguardo ai primi quattro posti, l’altra domenica al Sachsenring ha fatto ancora meglio e ne ha messe ben cinque in fila. Foto: Marc Marquez (Honda)
La Desmosedici è semplicemente pazzesca. Ma non è questo il sassolino. Quanto piuttosto la rinnovata accusa di dominio assoluto, di trasformazione del Motogp in un monomarca.
Ora chi vi scrive ha vissuto epoche di dominio assoluto vero, nel quale lo spettacolo del Sachsenring praticamente non era nemmeno concepibile. Vogliamo ricordare l’era di Michael Doohan e soprattutto della sua nsr500? Nel 1995 la Honda complessivamente vince 9 delle 13 gare e nelle altre quattro si piazza tre volte seconda e una terza. Di queste l’australiano ne vince sette e arriva secondo tre volte. Nel 1996 la Honda piazza quattro moto nelle prime quattro posizioni delle classifica finale. Di quindici gare in sette segna una tripletta da podio e in sette piazza almeno due moto. Doohan ne vince otto e si piazza quattro volte secondo. Nel 1997 la Honda le vince tutte e piazza cinque moto ai primi cinque posti della classifica assoluta e addirittura sette nelle prime nove. Doohan vince 12 gran premi su quindici. Nel 1998 stesso copione: cinque moto ai primi cinque posti della classifica assoluta e sei nelle prime otto. Doohan solo otto, ma era l’anno dell’affaire Biaggi.
Chi vi scrive è vecchio e stanco, soprattutto scrive di notte e conta con le dita, quindi perdonerete la misura spannomentrica. Ma ad occhio, nel 1995, la Honda conquista 23 podi su 36, nel 1996, 37 su 45, nel 1997, 39 su 45 e nel 1998, 35 su 42.
Distacchi abissali e nessuno a lamentarsi. Del campionissimo australiano nulla da dire. Chi spalanca il gas ha sempre ragione, ma nessuno a chiedersi che fine avessero fatto le altre case motocicliste. Per fortuna che c’era la superbike, con le Ducati di Carl Fogarty e Troy Corser, a portare qualche novità. Ma nel 1997 John Kocinski aveva regalato alla Honda anche la doppietta, prototipi e derivate di serie.
Il punto, ovvero il sassolino, è che mai si è vista una gara come quella di domenica al Sachsenring, con sportellate e tamponamenti. Lo spot più bello per il nostro sport. E soprattutto la promessa di future battaglie per il titolo. Se il monomarca appiattisce i valori verso l’alto, ben venga il dominio della Desmosedici, aspettando che Zarco, Bez e Marini riescano a dire la loro con continuità. E soprattutto, ma solo per l’infortunio, in attesa che torni la Bestia.
Se le altre case vogliono parlare, lo facciano in pista. Quello che conta è solo la voce della marmitta. Costruite moto veloci e datele anche ai vostri team satelliti. Il resto viene da sé.
Veniamo ora alle principesse e ai cavalieri.
Cosa dire di Marc Marquez ? La sua storia si presta a due narrazioni diverse e opposte. Quella di un cavaliere indomito che senza paura cerca di dominare il drago. Di un campione che prova in tutti i modi a far andare un mezzo evidentemente inferiore. Di un guerriero che risale in sella dopo cinque cadute in 48 ore. Oppure quella di una principessina capricciosa che non vuole farsi vedere in sella ad un ronzino. Che scende in pista solo quando è sicuro della passerella da prima donna. Che non porta alcun rispetto ai suoi colleghi come quando accusa Zarco di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.
Ciascuno può scegliere la versione che vuole.
Le parole di Miller sono state pesantissime. «Gli altri fanno solo i capricci e ripetono che la loro moto è una m … Ti pagano per correre, non per fare la principessa e lamentarti della moto»
Quartararo invece ha mostrato tutta la sua solidarietà finendo per complimentarsi con lui. Ma leggendo bene le sue dichiarazioni c’è chi insinua che stesse parlando alla nuora perché la suocera capisca. Perché quelli che meritano i complimenti sono i campioni che accettano di fare figure di m … Di partire in fondo allo schieramento e annaspare nelle retrovie trovando sempre la consolazione in un sorriso. Lo sta facendo lui e lo ha fatto Valentino Rossi prima con la Ducati e poi verso la fine della sua carriera quando quei simpaticoni della Yamaha lo hanno addirittura relegato in un team satellite.
Forse a Marquez farebbe bene un bagno di umiltà. Si crede il migliore di tutti i tempi. E forse lo potrebbe anche essere. Ma non corre per il piacere di andare in moto. Insegue i fantasmi. Il suo volto è sempre tirato come se il suo animo fosse in preda a delle ossessioni di cui non riesce a liberarsi.
Se proprio non ci riesce, strappi il contratto. Cambi moto sin dalla prossima stagione. Ha guadagnato tanti di quei soldi che può permettersi qualsiasi cosa. E fin troppe gliene stanno permettendo.
Al Sachsenring, più che il dito rotto conta quello medio a favore di telecamera rivolto a quella stessa moto che gli ha permesso di scrivere la sua leggenda.
In pista si è sempre vinto in due, il campione e la sua moto. Capire dove finiscono i meriti dell’uno e inizi quelli dell’altra è sempre stato esercizio di sana filosofia da bar.
Ma Valentino ha vinto con Honda e Yamaha, Lawson su Honda e Yamaha, Agostini con MV Augusta e Yamaha. Stoner su Ducati e Honda. Per gli ultimi due forse non proprio un gran sacrificio. Ma i primi due sono stati di gran lunga i più temerari e hanno cambiato la moto rischiando invero tanto. Scendere dalla Yamaha per andare a sedersi nel 1989 sulla NSR500 di Gardner significava lasciare un purosangue per provare a domare una tigre. Eddie Lawson lo ha fatto e ha vinto. Lasciare la Honda a quella coppia di simpaticoni di Sete Gibernau e Max Biaggi, per salire su una moto che non vinceva un mondiale dai tempi del mitico Wayne Rainey, una follia. Valentino Rossi lo ha fatto e ha vinto.
Lo faccia anche lui se ne è capace. Cambi moto, corra e vinca come sapeva fare. Se sa ancora farlo. Perché il tempo passa. In pista come nella vita. Inesorabilmente.
In caso contrario, onori il suo contratto, scenda in pista e si faccia battere dai suoi colleghi. Perché farsi battere non significa farsi mancare di rispetto. Né tantomeno togliere lustro alla storia.

