La corsa alla presidenza della FIGC entra sempre più nel vivo e il confronto tra Giancarlo Abete e Giovanni Malagò si accende. A poche settimane dalle elezioni del 22 giugno, l’ex presidente federale ha tracciato una netta distinzione tra la propria visione e quella del numero uno del CONI, intervenendo durante la serata di premiazione della Serie A Femminile.
Abete ha riconosciuto l’impostazione del programma di Malagò, definendolo “ecumenico”, cioè orientato a non scontentare nessuna componente del sistema calcio. Una strategia comprensibile secondo l’ex presidente FIGC, soprattutto per chi arriva da una realtà esterna alla Federazione e punta a costruire consenso attorno alla propria candidatura.
Ma proprio qui nasce la differenza più marcata. Abete ha spiegato di avere un approccio più diretto e deciso, maturato grazie alla lunga esperienza interna al mondo federale. Secondo lui, il vero problema del calcio italiano non si risolve soltanto cercando l’unanimità.
“La storia insegna che avere il 90 o addirittura il 100% dei voti non basta per creare un vero progetto di rinnovamento”, è il concetto espresso dall’ex numero uno della FIGC. Anzi, un consenso troppo ampio rischia di trasformarsi in un limite, perché obbliga a mediazioni continue tra interessi differenti.
Abete ha poi motivato la sua candidatura parlando della necessità di evitare una figura percepita come “uomo solo al comando”. Il riferimento è alla spinta ricevuta da Malagò da parte della Lega Serie A. Per l’ex presidente federale, il calcio italiano non può affidarsi all’idea di un “deus ex machina” capace da solo di risolvere ogni problema.
Nel suo intervento, però, non è mancato il rispetto verso l’avversario. Abete ha chiarito di non vedere punti deboli nel programma di Malagò, riconoscendo la bontà delle intenzioni e della volontà di costruire un sistema condiviso. La vera sfida, secondo lui, sarà trasformare quei principi in risultati concreti.
La sensazione è che la battaglia per la guida della FIGC non sarà soltanto una sfida elettorale, ma anche uno scontro tra due idee diverse di leadership e di futuro per il calcio italiano.

