Ci sono uomini che non corrono solo per vincere, ma per spiegare al mondo che il limite è solo un punto di vista. Alessandro Zanardi, che ci lascia a 59 anni, non è stato solo un campione di Formula 1 o un fuoriclasse del paraciclismo: è stato il “motore grafico” di una speranza collettiva.
La velocità nel sangue, la vita nelle mani
Nato sotto il segno della velocità a Bologna, Alex ha vissuto tre vite in una. La prima, quella dell’asfalto rovente e dei motori; la seconda, nata dalle ceneri del Lausitzring nel 2001, dove ha dimostrato che si può restare giganti anche senza gambe; la terza, quella della maturità e della solidarietà, bruscamente segnata da quel tragico scontro nel senese nel 2020.
Un palmarès di umanità
Zanardi non collezionava solo medaglie — sebbene i 4 ori paralimpici tra Londra e Rio pesino come macigni nella storia dello sport — ma collezionava sguardi. Aveva il dono rarissimo dell’autoironia, quella capacità di scherzare sul proprio destino che appartiene solo a chi ha fatto pace con lo specchio.
- L’atleta: Capace di soffrire in silenzio per un centimetro di strada in più.
- L’uomo: Sempre pronto a una battuta, a un bicchiere di vino, a una parola di conforto per chi pensava di non farcela.
- Il simbolo: Ha trascinato il movimento paralimpico fuori dall’ombra, rendendolo pop, eroico e maledettamente reale.
L’ultimo sorpasso
Oggi il cerchio si chiude. Alex se ne va serenamente, lasciando un vuoto che sa di gomma bruciata e coraggio puro. Lo immaginiamo finalmente riabbracciare la sorella Cristina, mentre qui restano il figlio Niccolò e la moglie Daniela, custodi di un’eredità che non si misura in trofei, ma in battiti del cuore.
Zanardi non è stato una lezione di vita: è stato la vita stessa, corsa sempre al massimo, senza mai premere il freno, nemmeno davanti al destino più crudele. Buon viaggio, Alex. Insegnaci ancora a correre.

