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Sogno di una notte di mezza estate.Questione di Manico di Luca Mencacci

Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci, chi scrive è anche un tifoso. Ovviamente un tifoso delle moto targate made in Italy. Per quanto un giornalista si sforzi di essere obiettivo chiaramente il colore, o meglio il tricolore delle sue passioni, finisce con il venire fuori.

Tanto da arrivare a tifare per Stoner persino contro il Mito. Lo so non è stato bello, ma ognuno ha i suoi peccati.

Ora vedere trionfare a Silverstone la Ducati di Alex Marquez nella Sprint race e l’Aprilia di Aleix Espargaró nel Gran Premio, beh, non solo fa godere alla grande, ma autorizza veramente a sognare.

Sognare quei tempi nel quale la legge nel motomondiale era scritta dalle case italiane. Stagioni sportive nelle quali la voce grossa era fatta dagli scarichi della Moto Guzzi, della Gilera, della Mondial, della Mv Augusta.

Con le inglesi che ormai sfiatavano roche e le giapponesi ancora vagivano ingenue.

Vedere nelle prime dieci posizioni di entrambe le gare solo purosangue italiani, con qualche, autorevole e minacciosa intrusione di una puledra affatto cordiale di origine austriaca descrive uno spasso senza pari.

Primo perché oggi guardando le gare ci si diverte. Forse al prezzo della sicurezza dei nostri eroi, che non è proprio una bella cosa. Però, alla fine, siamo sempre il pubblico che vuole vedere l’agonismo. Panem et circenses E mamma Dorna ci sta accontentando. Birretta e Motogp e pace se si finisce con sostituire i vecchi gladiatori con i nuovi centauri.

Secondo perché, chi scrive ne ha piene le scatole delle manovre e delle dichiarazioni di non belligeranza, di solidarietà verso i perdenti e chi più ne ha più ne metta.

Lo abbiamo ripetuto tante volte. Otto Ducati in pista sono troppe per l’evidente trasferimento di dati ed esperienze tra i team e i piloti, ma se Yamaha e Honda vogliono tornare a vincere facciano meno piagnistei e più investimenti. Sferzino le legioni di ingegneri di cui dispongono per disegnare e produrre una moto all’altezza. Soprattutto facciano la voce grossa con i propri piloti che sono profumatamente pagati per dare il massimo e non per essere così lenti in pista da distrarsi e tamponare gli altri come se si fosse in fila sulla costiera amalfitana.

Kevin Schwantz non ha mai avuto una Suzuki all’altezza del suo talento, ma il gas non l’ha mai chiuso. Ai suoi tempi la RGV gamma sviluppava 185 cavalli per 130 chili di peso e la parola elettronica a stento si rinveniva nei dizionari. E la sua carriera è finita anzi tempo per i postumi degli incidenti subiti.

Se si ritiene inutile sacrificarsi per il proprio team o se si incomincia ad aver paura, beh, forse è ora di comprarsi una custom e iniziare ad andare a trovare gli amici al bar.

Inoltre si dovrebbe tenere bene a mente che da quando lo sciagurato patto di astensione determinò la fine del dominio italiano, a parte Mv Augusta che, non aderendo, continuerà a vincere sino alla metà degli anni 70, le case giapponesi l’hanno fatta da padrone.

Dal 1975, anno del primo mondiale giapponese, conquistato dalla Yamaha guidata dal leggendario Giacomo Agostini,  le case del sol levante non hanno sbagliato un colpo.  A parte il 2007 dell’eroico Stoner.

A memoria, su 48 edizioni, se escludiamo le sette vittorie Suzuki, due di Barry Sheene, una ciascuno di Marco Lucchinelli, Franco Uncini, Kevin Schwantz, Kenny Roberts jr, e Joan Mir, Honda e Yamaha ne hanno vinte ben 41, spesso inanellando cicli di dominio assoluto.

Chi scrive, si ricorda ancora la supponenza con cui decisero di fare un po’ di beneficenza spingendo il quattro volte iridato Eddie Lawson sulla Cagiva dei Fratelli Castiglioni, cui il californiano, peraltro rendendo omaggio al suo soprannome, steady, regalò la prima magnifica vittoria.

Quindi, poche chiacchiere e niente concessioni, cari amici giapponesi. Andate a lavorare.

Un’ultima considerazione. Doverosa per una rubrica che pretende di chiamarsi questioni di manico. Domenica a Silverstone, un ragazzino di 17 anni partendo in moto3 dall’ultima posizione in griglia, all’accensione del semaforo ha spalancato il gas e lo ha tenuto aperto per tutta la gara, passando i suoi colleghi, uno ad uno, sino ad arrivare primo al traguardo.

Sogni di mezza estate, appunto. Ma forse pure qualcosa di più. Congratulazioni David Alonso. 

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