Asse di ferro tra Serie A, AIC e AIAC per portare il numero uno del CONI in via Allegri. Ma Abete sfida il sistema e non si ritira.
Il calcio italiano sembra aver trovato il suo “uomo della provvidenza” per uscire dalle secche. In un comunicato che sa di svolta epocale, l’Assocalciatori (AIC) e l’Assoallenatori (AIAC) hanno rotto gli indugi: per il dopo-Gravina, l’unico nome possibile è quello di Giovanni Malagò.
Si tratta di un segnale politico pesantissimo: per la prima volta, le componenti tecniche (chi il calcio lo gioca e lo insegna) si compattano con i grandi club della Lega Serie A (19 su 20 hanno già dato il loro ok) per un ribaltone ai vertici della Federazione.
I punti del “Patto per il Futuro”
Perché proprio Malagò? Calciatori e tecnici non cercano solo un nome di prestigio, ma garanzie su punti programmatici che bollono in pentola da anni:
- Riforma del Club Italia: Una gestione più moderna e centralizzata delle Nazionali.
- Sostenibilità economica: Un piano per salvare i conti dei club, ormai al limite.
- Progetto tecnico e calcio femminile: Una visione a lungo termine che smetta di rincorrere le emergenze.
A dare un tocco di colore (e autorevolezza) alla candidatura è arrivata persino la “benedizione” di José Mourinho, che ha suggerito la coppia Malagò-Allegri come formula perfetta per la rinascita azzurra.
Abete, il “Don Chisciotte” della tradizione
Nonostante il fronte pro-Malagò sia ormai una corazzata, la partita elettorale del 22 giugno non sarà un monologo. Giancarlo Abete, veterano delle istituzioni sportive, ha già fatto sapere che non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro.
L’ex presidente della FIGC presenterà la sua candidatura nonostante l’isolamento: la sua mossa punta a trasformare l’assemblea in un dibattito aperto sulla crisi del sistema, rifiutando di arrendersi all’evidenza dei numeri che, al momento, pendono tutti dalla parte del Presidente del CONI.
Cosa succede ora?
La palla passa a Giovanni Malagò. Il dirigente romano deve ora sciogliere le ultime riserve e accettare ufficialmente la sfida. Se lo farà, si presenterà alle urne con un consenso quasi bulgaro, lasciando a Gabriele Gravina (che continua a difendere i suoi risultati) e ad Abete il ruolo di opposizione di una “vecchia guardia” che sembra avere le ore contate.
In sintesi: Il 22 giugno non sarà una semplice elezione, ma un referendum sul futuro del nostro calcio. E per la prima volta dopo anni, i protagonisti in campo e in panchina hanno deciso di giocare la stessa partita politica.


