Prosegue l’indagine sul mondo arbitrale e si allarga il raggio d’azione della procura. Dopo i primi interrogatori, il pm Ascione è pronto a convocare anche i Club Referee Manager, figure presenti nei club di Serie A incaricate di gestire i rapporti con l’Associazione Italiana Arbitri.
Si tratta di dirigenti — spesso ex fischietti — che fungono da intermediari ufficiali tra le società e il sistema arbitrale. Il loro riferimento è il coordinatore Aia per i club, ruolo affidato in questa stagione a Andrea De Marco (in precedenza ricoperto da Riccardo Pinzani). Tra i nomi coinvolti figurano diversi ex arbitri oggi inseriti negli organigrammi societari.
Le regole sono chiare solo sulla carta: i contatti devono passare attraverso queste figure, evitando rapporti diretti con i vertici arbitrali. Tuttavia, sono previste deroghe. In presenza di episodi particolari — errori evidenti o situazioni controverse — anche altri dirigenti possono interfacciarsi con l’Aia, purché in modo circoscritto.
È proprio in questo spazio grigio che si inserisce la posizione del designatore Gianluca Rocchi. Il punto chiave è stabilire se i suoi contatti con dirigenti di club possano configurare una violazione.
Secondo il Codice di Giustizia Sportiva, però, il semplice dialogo non basta. L’articolo 22 non vieta in modo assoluto le comunicazioni tra designatore e società: a fare la differenza è l’eventuale finalità. Solo rapporti continuativi o orientati a procurare vantaggi sportivi possono diventare illeciti.
Tradotto: parlare non è reato. Perché l’accusa regga, sarà necessario dimostrare l’esistenza di pressioni o favori concreti. Al momento, dalle intercettazioni emergono tensioni e malumori, ma non elementi sufficienti a provare un sistema illecito.
L’inchiesta resta aperta e si muove su un terreno sottile, dove il confine tra confronto legittimo e interferenza indebita è ancora tutto da definire.
