(Alberto Sigona) – Gli atleti di origine africana non hanno più l’esclusiva assoluta nelle gare di corsa.
Sino a pochi anni fa, dopo decenni di predominio assoluto, si credeva che gli atleti di etnia africana in molte specialità dell’Atletica, ovvero in quelle concernenti la corsa, dallo sprint alla resistenza, fossero ormai destinati a spadroneggiare in maniera tirannica a tempo indeterminato, e che per l’uomo bianco non sarebbe rimasto altro che presenziare rassegnato ed impotente a cotanta iperbolica manifestazione di superiorità. La loro crescita esponenziale iniziata negli Anni Settanta e consolidatasi nel decennio successivo, in effetti sembrava senza soluzione di continuità, e la loro irresistibile ascesa pareva dovesse continuare quasi indisturbata. Il divario dei “visi pallidi” sembrava così destinato irrimediabilmente ad accrescersi di anno in anno, sino a diventare incolmabile. Così ogni qual volta erano in programma gare podistiche dai 100 metri alla Maratona, il risultato era praticamente già scritto, per una lotta Europa-Africa già persa in partenza, pardon, sui blocchi di partenza. In parole povere gli atleti neri ormai facevano gara a sé, ed a qualcuno era persino venuto in mente, al fine di rendere più interessante le competizioni, garantendo al contempo la giusta visibilità e i meritati riconoscimenti ai bianchi, di creare delle manifestazioni internazionali differenziate fra atleti di diversa etnia: i bianchi avrebbero gareggiato da una parte e i neri dall’altra, ognuno per conto suo, come fra uomini e donne… Un’idea discutibile, più una provocazione che un vero proponimento, ma che di certo aiuta a capire che proporzioni aveva assunto ad un certo punto il dislivello fra le due categorie umane. A rendere gli atleti di etnia africana talmente superiori agli europei, a detta della comunità scientifica, avrebbero contribuito vari fattori, da quello genetico a quello morfologico (senza trascurare quello socio-culturale). Non era perciò una questione di allenamenti, di alimentazione o di programmazioni errate, e nemmeno di risorse economiche, di strutture o investimenti, ma il tutto era riconducibile alla natura stessa dell’umanità, dunque a un qualcosa di intrinseco ed ineluttabile. La situazione venutasi a creare pareva immutabile come un paesaggio roccioso primordiale. In sostanza non ci si poteva far nulla da qui all’eternità. Quod saltem videbatur1.
LA NUOVA ATLETICA IN BIANCO E NERO
Che tale tesi fosse vera solo in parte lo avremmo compreso più tardi, quando ormai si era tramutata in una sorta di legge non scritta che tutti osservavano rigorosamente. Il cambio di marcia iniziò circa dieci anni fa. Fu in occasione dei Campionati del Mondo di Pechino 2015 che l’uomo bianco cominciò timidamente a risvegliarsi, provando a rialzare la testa dopo decenni di sonnolenza e sottomissione. Esattamente cominciarono le donne, con i successi sensazionali, e col senno di poi molto significativi, della bielorussa Maryna Arzamasova negli 800 metri e dell’olandese Dafne Schippers nei 200 metri, che interrompevano una striscia infinita di matrice africana. Lì per lì sembrarono soltanto sprazzi di luce destinati a spegnersi precocemente, quasi un tenue tentativo dei bianchi di ritagliarsi qualche occasionale raggio di protagonismo, ma in verità quei trionfi al femminile si sarebbero poi rivelati i prodromi di una vera inversione di tendenza, che sarebbe proseguita inesorabile. Basti pensare ai successi dell’ottocentista francese Pierre Ambroise Bosse o dei britannici Jake Wightman e Josh Kerr nei 1500 m. E come dimenticare l’olandese volante Femke Bol (Oro anche in questi Mondiali), il norvegese Jakob Ingebrigtsen o il connazionale Karsten Warholm, diventate delle autentiche leggende del vecchio continente? La risalita, pur fra mille difficoltà e tante sconfitte, continua ancora oggi. Ormai il gap nei confronti della “Black excellence”, pur rimanendo considerevole, non è più ciclopico. La vittoria, specie in alcune gare, non è più circoscritta ad una sola etnia. Il successo non appartiene più ad un ristretto circolo esclusivo di privilegiati. Alla dittatura si è sostituita la democrazia. Magari ancora colma di crepe e disfunzioni, con la tendenza a sfociare in un Governo autoritario, ma la strada che si sta percorrendo sembra quella giusta, quella che un giorno potrebbe far toccare la sommità delle aspirazioni alla “nouvelle orientation” intrapresa dal white man. E questi Mondiali lo stanno a confermare. Anche nel Paese del Sol Levante il monopolio nero è stato a dir poco insidiato. Penso al francese Jimmy Gressier, Oro nei 10.000 metri, primo bianco ad imporsi in questa distanza dai tempi dell’italiano Alberto Cova (1983). Penso allo statunitense Cole Hocker, Oro nei 5000 m. (già Campione Olimpico nei 1500 m), gara che ultimamente simboleggia il riscatto della popolazione eurodiscendente. O alla britannica Amy Hunt, messasi in luce non solo per la sua avvenenza ma soprattutto per aver riportato una donna bianca sul podio iridato dei 200 m. dopo 8 anni, predando un super Argento. Ma ad ergersi a paladino dei “diritti dei bianchi” è stato il neozelandese Geordie Beamish, riuscito addirittura a primeggiare nei 3000 siepi, ovvero la competizione per eccellenza appannaggio degli africani (kenioti su tutti), considerati praticamente imbattibili, in cui un europeo autoctono non svettava dal 1987 (ricorderete la splendida vittoria di F. Panetta, ancora un italiano…). E se l’homme noir soccombe proprio nella sua roccaforte inespugnabile, vuol dire che ci troviamo di fronte ad una nuova era, destinata forse a far ritrovare alla storia quell’equilibrio riconducibile ai tempi che furono.
L’ETA’ AUREA DELL’ITALIA
L’Italia in questa rassegna iridata ha ancora una volta mantenuto le promesse dorate, attestandosi sui livelli eminenti dell’ultimo lustro. L’immagine iconica dei nostri Mondiali è rappresentata senz’altro dal meraviglioso Oro dell’enfant prodige Mattia Furlani, che a soli 20 anni (il più giovane azzurro ed il più giovane lunghista di sempre capace di salire sul gradino più alto del podio), dopo aver bruciato le tappe della maturità agonistica, ha già raggiunto l’apice di una carriera che, salvo intoppi fisici, dovrebbe proiettarlo prestissimo nel firmamento dell’Atletica planetaria. Una sublimazione che potrebbe giungere molto prima di quanto si possa immaginare: d’altronde lui è abituato ad essere in anticipo sui tempi… Vero genio della precocità, aveva iniziato ad usufruire della luce dei riflettori ancora 18enne, nel 2023, durante un meeting a Stoccolma, stabilendo la migliore prestazione europea under 20 indoor grazie a un balzo di 7,99 metri. Ad ottobre dello stesso anno sarà nominato “Atleta europeo emergente dell’anno” dall’European Athletic Association (EAA), divenendo il secondo italiano a ricevere il Titolo dopo Andrew Howe. A febbraio dello scorso anno segna, con un salto di 8.34 m, il nuovo record del mondo u20 indoor. Poco tempo dopo, conquista la medaglia d’Argento ai Mondiali indoor di Glasgow, e poche settimane prima dei Giochi di Parigi, agli Europei casalinghi di Roma ottiene nuovamente – con la misura di 8,38 m – il record mondiale under 20, con annessa medaglia d’Argento. Quindi alle Olimpiadi, ancora 19enne, sarebbe stato di Bronzo, per poi a dicembre essere nominato “Atleta mondiale emergente dell’anno” dalla World Athletics. Quest’anno, pochi mesi fa, aveva vinto il Mondiale indoor, ideale preludio all’eccezionale impresa iridata di Tokyo. La sua sembra la classica parabola del predestinato votato alla gloria. Ma oltre al fenomenale ragazzo laziale – che raffigura al meglio il Rinascimento italiano nell’Atletica leggera iniziato proprio a Tokyo, in occasione dei Giochi pirotecnici del 2021 in cui ci fregiammo di addirittura 5 Ori -, al di là delle medaglie (che hanno toccato la quota record di 7, meglio di Goteborg ’95), tra le file della nostra delegazione si sono messi in luce diversi atleti, da campioni in erba o comunque abbastanza giovani da poter ambire a delle prospettive ambiziose – come il triplista Andrea Dallavalle (Argento “pesante”) o il saltatore in alto Matteo Sioli (diciannovenne che potrebbe rappresentare il futuro della specialità) – a fuoriclasse affermati, come Nadia Battocletti (autrice di uno splendido Argento nei 10.000 metri e di un Bronzo nei 5.000… ed anche qui ci si potrebbe riallacciare alla nuova epopea bianca), Leo Fabbri (Bronzo nel Peso) o Antonella Palmisano, anch’ella vincitrice del metallo bianco (35km Marcia). Senza scordarci di Iliass Aouani, che con un Bronzo ha permesso alla Maratona di tingersi d’azzurro dopo decenni in cui pareva essersi eclissata. Un’Atletica italiana che dunque si dimostra quanto mai in salute, “coperta” in ogni fase generazionale, con un grande presente ed un orizzonte che inizia ad emettere i bagliori di un avvenire luminoso volto a risucchiare le tenebre di un passato recente in cui si faticava persino a vivacchiare. Adesso non ci rimane che sperare che questo nostro periodo fulgido non rimanga isolato nel tempo ma possa durare negli anni sino a forgiare una vera epoca. Un’epoca aurea.
L’ENNESIMA CONQUISTA DI RE DUPLANTIS
Fra le tante star straniere che hanno intrattenuto gli spettatori meritano una menzione particolare atleti del calibro di Armand Duplantis, Kathryn Moon, Faith Kipyegon, Noah Lyles, Sydney McLaughlin, Ryan Crouser, Beatrice Chebet, Melissa Jefferson e Maria Perez. Soffermiamoci sui primi 5 campionissimi che con le loro performance maiuscole si sono garantiti un posto nella leggenda. L’astista svedese ha ancora una volta preso l’ascensore, salendo sul piano proibito dei 6,30 metri, confermandosi più che mai il re incontrastato della specialità. Ritenuto all’unanimità il più grande astista di sempre, le sue grandissime prestazioni hanno ormai issato il Salto con Asta su quote inimmaginabili, letteralmente e metaforicamente: i suoi successi ed i suoi innumerevoli e strabilianti primati, infatti, oltre ad elevare l’asticella su misure proibitive che vanno ben oltre i già ragguardevoli record del leggendario Sergej Bubka, stanno conducendo la specialità ad una eccezionale popolarità senza precedenti, conferendole un prestigio inedito, permettendole di farsi onore tra i concorsi e tra tutte le gare dell’Atletica leggera. La versione al femminile di Duplantis, seppur con i distinguo del caso, è l’americana Kathryn Moon, che a 34 anni, dopo una sfida tiratissima con la connazionale Sandi Morris, si è regalata l’ennesima perla di una carriera sontuosa, da reginetta della specialità. Per un terzo Titolo mondiale che le permette di agganciare il mito Elena Isinbaeva e, probabilmente, di chiudere col botto il suo curriculum ambrato. Quanto alla mezzofondista keniana, Faith Kipyegon è giunta al quarto Titolo nei 1500 metri, un record tra le donne nelle gare podistiche dai 200 metri in avanti, confermandosi al top su di una distanza in cui da circa un decennio non ammette rivali. Rivali che pare non conoscere nemmeno l’americano Noah Lyles, che nei 200 metri ha intascato il quarto Titolo di seguito, eguagliando il poker di un certo Usain Bolt. Impresa storica anche per Sydney McLaughlin, che con l’Oro conquistato nei 400 metri è diventata dopo Gail Devers la seconda atleta in assoluto, maschi compresi, a primeggiare in carriera ai Mondiali sia negli ostacoli che nelle gare piane (tra l’altro imponendosi con tempi favolosi…), per una versatilità che ai giorni odierni credevamo improponibile. Evidentemente, quando c’è vera classe, è l’epoca stessa a doversi conformare all’atleta, e non il contrario.
Chiudiamo ricordando che gli Stati Uniti hanno concluso il medagliere con l’ennesimo 1° posto, grazie a 16 Ori (quota record per la nazione vincitrice dei Mondiali), precedendo Kenya (7), Canada (3), Olanda, Botswana, Spagna, Nuova Zelanda, Svezia e Portogallo (2). 11^ Italia. Zero Titoli per colossi come Etiopia e Gran Bretagna.

