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Fischietto d’oro: quanto guadagna davvero un arbitro in Italia? Tra cachet da star e rimborsi da fame


( Rosario Murro) – Dimenticate il vecchio “arbitro cornuto”. Oggi i direttori di gara della Serie A sono dei veri top manager del rettangolo verde. Ma dietro i luccicanti gettoni della massima serie, c’è un esercito di fischietti che corre per pochi euro nei campi di periferia.

– Nell’era del VAR e delle polemiche social ogni weekend, fare l’arbitro in Italia è diventato uno dei mestieri più difficili, ma anche — se arrivi in cima — uno dei più redditizi. Ma quanto finisce davvero nelle tasche di chi decide il destino di un rigore al 90°? La differenza tra il lusso della Serie A e la polvere della Terza Categoria è un abisso che pochi conoscono.

Serie A: stipendi da sogno (e responsabilità da incubo)

Arrivare alla CAN (Commissione Arbitri Nazionale) equivale a vincere un concorso pubblico di altissimo livello. Un arbitro “top”, di quelli che vediamo ogni domenica a San Siro o all’Olimpico, non vive di solo fiato.

Il sistema si regge su due pilastri:

  • La “Fissa”: Uno stipendio base legato all’anzianità e ai diritti d’immagine. Si va dai 30.000 euro per i debuttanti fino ai 90.000 euro per gli internazionali (i vari Orsato o Massa, per intenderci).
  • Il “Gettone”: Ogni volta che un arbitro scende in campo in Serie A, incassa 4.000 euro. Se viene chiamato al monitor come VAR, ne mette in tasca 1.700.

Facendo due conti, un arbitro d’élite che dirige 15-20 partite l’anno può tranquillamente superare i 150.000 euro lordi. Niente male per un “secondo lavoro”.

La piramide si stringe: la dura vita in Serie C

Se scendiamo di un gradino, la musica cambia. In Serie C, il professionismo è più una missione che un affare economico. Qui non c’è lo stipendio fisso: l’arbitro percepisce un gettone che oscilla tra i 200 e i 300 euro a partita. Cifre dignitose, certo, ma che devono coprire lo stress di trasferte lunghe e stadi spesso “caldi”, senza le tutele mediatiche della massima serie.

E alla base? Passione pura e rimborsi chilometrici

Il vero cuore del calcio italiano batte nei campi di provincia, dove però il portafoglio piange. Per un giovane fischietto che debutta nei Giovanissimi o in Seconda Categoria, il termine “guadagno” è un miraggio.

In queste categorie si parla solo di rimborso spese:

  • Se il campo è vicino casa, si portano a casa circa 43 euro.
  • Per le trasferte più lunghe si può arrivare a 80-90 euro.

Soldi che servono a malapena a coprire la benzina e il panino post-partita. Qui non si arbitra per i soldi, ma per il sogno di vedere, un giorno, le luci di San Siro.

Il calcio italiano spende circa 30 milioni di euro l’anno per mantenere l’intero apparato arbitrale. Una cifra enorme, ma necessaria per garantire (almeno sulla carta) professionalità e indipendenza. Resta però un dato: mentre i “grandi” guadagnano come dirigenti d’azienda, la base del movimento continua a correre per pura, eroica passione.

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