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L’esordio roboante del Como in Champions League lascia intuire i reali propositi dei lariani…

(Alberto Sigona) – Lassù per restarci! L’esordio roboante del Como in Champions League lascia intuire i reali propositi dei lariani…

La squadra di C. Fabregas non è arrivata in Europa per fare da comparsa ma per diventarne una frequentatrice abituale.

Lo scoppiettante esordio del Como in Champions League ha sorpreso tutti. Una matricola in genere paga lo scotto del noviziato, faticando ad esprimere al meglio le proprie potenzialità, con la paura di sbagliare e l’inesperienza ad alti livelli che assieme ad ansie ed inquietudini tendono a soggiogarne le possibili aspirazioni ed a comprimerne le attitudini, lasciando che l’insicurezza e il disorientamento si facciano largo tra sogni e speranze. Ma il caso dei lariani si svincola dalla consolidata consuetudine e si smarca dalle legittime aspettative al ribasso.

IL COMO E LA SUA… ARRAMPICATA SPORTIVA

Al debutto nella massima competizione continentale la squadra di C. Fabregas ha mostrato una maturità ed una spavalderia inattese, relegando in un angolino ombroso ogni insidiosa emozione e qualsiasi timore malefico che potessero condizionarne il rendimento. Atteggiandosi da veterana di lungo corso con alle spalle esperienze ad iosa, il Como non ha esitato a fare un sol boccone dell’avversario che ne battezzava l’ingresso nell’Europa dei grandi, per un 4-1 ai tedeschi del Lipsia che ha tutta l’aria di fungere da radioso preludio ad un’arrampicata internazionale che potrebbe proiettarlo molto lontano ed oltre ogni ragionevole previsione. D’altronde il 4° posto raggiunto dal sodalizio di marca indonesiana nello scorso Campionato Nazionale non è stato ottenuto mica per caso. Il Como giunto a qualificarsi in Champions non ha certo i requisiti della classica dilettante chiamata ad improvvisare. Il traguardo europeo tagliato dai lariani non rimanda ad una serie di contingenze benevoli o a chissà quali convergenze fortuite. Anzi potrebbe essere stato soltanto l’incipit di quello che di roboante ha in serbo per gli anni a seguire. Il team di Mirwan Suwarso non rappresenta il tipico caso di squadra di provincia che una tantum si concede per sfizio qualche escursione isolata al di là dell’ordinario. Tutt’altro. Vero e proprio unicum del calcio europeo, il Como rispecchia invece una progettualità seria e lungimirante che affonda le radici nel tempo e si abbevera alla fonte della professionalità, della competenza e del senso di responsabilità, e che, assieme ad un’inimitabile anima aziendale, mira a porre stabilmente il team biancoblù nell’alta società del football. Dunque, non un fenomeno estemporaneo destinato ad esaurirsi con le prime piogge autunnali, ma un esempio raggiante di come lavorando alacremente e senza remore, pur senza poter vantare una gloriosa tradizione si possa arrivare davvero in alto, provando a rimanervi per un lungo periodo, magari sino a mutare il proprio status sociale. Sulla falsariga dell’Atalanta, metafora ideale della compagine proletaria che in pochi anni si spoglia delle proprie vesti malridotte per sostituirle con abiti regali, il Como si propone di relegare celermente tra gli avvallamenti cavernosi del passato gli anni tenebrosi della propria storia, per accogliere un futuro iridescente che possa elevarne l’effige sulla cima del mirabile, laddove dimorano l’opulenza e la magnificenza. Insomma il club del Lago non vuole essere una big di passaggio, una di quelle in grado di approfittare di qualche vuoto di potere nell’aristocrazia per ritagliarsi un fuggevole periodo di gloria, convivendo continuamente col timore che giunga l’ora di fare i bagagli per tornarsene al proprio lido e con la sgradevole certezza di rivedersi presto ricacciare nei bassifondi d’origine, quelli in cui prosperano perennemente povertà ed indigenza. Al contrario, la società comasca ha tutte le intenzioni di farsi beffe di ogni convenzione, diventando una felice eccezione in un cumulo di prassi sin troppo rinsaldate da decenni di monotoni dettami non scritti, in cui la nobiltà tendeva regolarmente a predisporre gli altri strati sociali del calcio ai margini della letizia.

IN PRINCIPIO FU…

Dicevamo di come l’esordio eclatante del Como in Champions League sia stato un caso più unico che raro, ed allora, rimanendo in tema di “prime volte”, rivediamo in estrema sintesi tutti i debutti delle squadre italiane nella massima Europa. Gli inizi nella Grande Coppa per le compagini nostrane sono stati molto differenti tra loro. Si va dall’avvio coi fuochi d’artificio dell’Inter, all’impatto rovinoso dell’Atalanta, dal fragoroso 5-0 della Sampdoria, alla scioccante eliminazione della Juventus. E in un caso a decidere le sorti di una nostra esponente fu un semplice “testa o croce”…

In principio fu il Milan. I rossoneri, infatti, furono la prima rappresentante nostrana a calcare la scena della Coppa dei Campioni, e lo fecero proprio nella edizione inaugurale del 1955-’56. L’ouverture del Diavolo fu traumatica, ed a dispetto del collettivo di altissimo livello (che quel 1° novembre del 1955 annoverava in rosa uomini del calibro di Liedholm e Schiaffino), lo vide bruciarsi tra le proprie mura contro i non irresistibili tedeschi del Saarbrucken, non esattamente un ciclope del calcio internazionale. Evidentemente l’emozione e la sottovalutazione del pericolo furono determinanti nella inattesa sconfitta. Ad ogni modo il Milan comprese la lezione e si sarebbe rifatto nel return match, vincendolo con un perentorio 4-1, per un punteggio che gli permetterà di passare il turno e che non lascerà dubbi sull’enorme divario tecnico esistente tra le due contendenti. Il team allenato da H. Puricelli si sarebbe poi spinto sino in Semifinale, per arrendersi solamente al cospetto del magico Real Madrid di Alfredo Di Stefano. Lo stesso Real che l’anno venturo avrebbe arrestato sul più bello la splendida cavalcata della Fiorentina, che all’esordio nella neonata competizione si era spinta addirittura in Finale, dopo aver eliminato nell’ordine gli svedesi dell’IFK Norrkoping (1-1 a Firenze e vittoria per 1-0 al ritorno), gli svizzeri del Grasshoper e gli slavi della Stella Rossa. Pochi anni dopo andrà decisamente peggio alla leggendaria Juventus di Boniperti, Charles e Sivori, che contro ogni previsione fu strapazzata brutalmente dai modesti austriaci del Wiener SK, che dopo aver perso a Torino per 3-1 (tripletta di Sivori), inflissero ai bianconeri un clamoroso ed irriguardoso 7-0 che scioccò l’intero pianeta della Vecchia Signora, per quello che col senno di poi si sarebbe rivelato un cattivo presagio nel futuro di questo torneo… L’introduzione nel massimo trofeo continentale, avvenuto nel ’63-’64, fu senz’altro differente per l’Inter di Helenio Herrera, capace addirittura di conquistarlo al primo colpo. Dopo aver eliminato Everton (0-0 esterno e 1-0 casalingo), Monaco (1-0 e 3-1), Partizan (2-0 e 2-1) e Borussia Dortmund (2-2 e 2-0), i nerazzurri in Finale avranno ragione di un Real Madrid in fase discendente ma che restava pur sempre una grande potenza ancora in grado d’incutere rispetto e soggezione. Nel 1964-’65 il Bologna sarà costretto a fermarsi già al 1° turno, frenato dai belgi dell’Anderlecht (sconfitta 1-0 in Belgio e vittoria 2-1 al ritorno, quindi 0-0 nello spareggio) e da un regolamento bizzarro e grossolano (e per niente meritocratico), che in caso di parità di gol sia nella doppia sfida che nella terza partita di spareggio, prevedeva il “lancio della monetina”, un modo inopportuno e molto elementare di decidere le sfide che oggi non verrebbe applicato neanche in partite di strada tra ragazzini. I rigori in serie non erano stati ancora inventati, così non si trovava di meglio che affidarsi al fato, per un espediente rudimentale che per fortuna avrà vita breve. Fra gli esordi conclusisi anzitempo con l’eliminazione troviamo quello del Napoli di Diego Maradona & company, che nel 1987-’88 si dovette inchinare al 1° turno al cospetto del solito Real Madrid, e del Chievo Vr 2006-’07, che si fermò sulla soglia della kermesse, bloccato ai Preliminari dai bulgari del Levski Sofia (sconfitta 2-0 esterna e 2-2 al ritorno). Si spinsero appena poco più in là Cagliari, che nel 1970-’71 si arrestò al 2° turno innanzi allo scoglio dell’Atletico Madrid, Torino (1976-’77, Borussia M.), Verona (1985-’86, fatto fuori dalla Juventus, in quello che fu il primo derby italiano nella storia di Coppa dei Campioni), Parma (1997-’98, liquidato nella nuova fase a gironi) e Udinese (2005-’06, anch’esso bocciato nei raggruppamenti). Andò molto meglio alla Lazio 1999-2000 – eliminata ai Quarti dal Valencia – ed all’Atalanta 2019-2020, che sfiorò un incredibile accesso in Semifinale (perdendo di misura, e dopo aver condotto il match sino a pochi istanti dalla fine, col PSG). Furono invece di lusso i cammini di Roma e Sampdoria, che da outsider lambirono addirittura il Titolo (!?): la prima nel 1984 si arrese soltanto ai rigori contro il rinomato e pluriblasonato Liverpool; per la seconda, contro il Barcellona, nel 1992 furono fatali i tempi supplementari e… una punizione magistrale di R. Koeman che in Catalogna ancora sognano la notte.

Quanto alla prima partita in assoluto, a parte le già citate, ricordiamo quelle del Cagliari – 3-0 ai francesi del S. Etienne (doppietta di Gigi Riva) – e della Roma – 3-0 al Goteborg. Ma il debutto più fragoroso fu senz’altro quello della Sampdoria, che appioppò un rotondo 5-0 (doppiette per Attilio Lombardo e Beppe Dossena) ai norvegesi del Rosenborg. Esordio con vittoria anche per Verona (3-1 al PAOK con due reti di Elkjaer), Parma (3-1 esterno ai polacchi del Widzew Lodz con tripletta di Enrico Chiesa, padre di Federico, attuale attaccante del Liverpool), Torino (2-1 agli svedesi del Malmo) ed Udinese (1-0 a Lisbona contro lo Sporting). L’impatto più rovinoso fu invece quello della Dea di Gasperini, che pagò oltremisura l’inesperienza andando a prenderle di santa ragione nella tana dei croati della Dynamo Zagabria (4-0).

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