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Teorema d’attacco. Dove vai se il gol non ce l’hai?

(Alberto Sigona) – Roma e Juventus ci ricordano a modo loro, ed in maniera opposta, l’importanza del reparto offensivo.

Possedere in squadra un attaccante prolifico è fondamentale, e spesso fa la differenza tra una compagine discreta ed una eccellente. D’altronde fare gol è l’elemento basilare ed imprescindibile del Calcio, e non vi sono espedienti per sfuggire a questa norma categorica ed inderogabile. Vista la sua importanza, in genere tale compito non è distribuito equamente tra gli operatori in campo ma viene affidato ad un reparto specializzato, quello offensivo. È proprio esso ad essere deputato alla finalizzazione dell’intero processo di gioco, quello che conduce dalla propria metà campo a quella altrui. In soldoni, sono gli attaccanti coloro che vengono chiamati a tradurre in prodotto finito, cioè in gol, la mole di lavoro originata dal resto della squadra. Altrimenti si rischierebbe di vanificare l’attività produttiva di tutti gli altri colleghi. Motivo per cui si preferisce avere in rosa un bomber di razza che sappia capitalizzare al meglio gli sforzi profusi dai propri compagni.

DI MALEN IN MEGLIO

Chi tale concetto sembra averlo ben presente è la Roma. La compagine di G. Gasperini in questo avvio di stagione si è già guadagnata a sorpresa i titoli di testa del telefilm lungo ed appassionante chiamato Serie A. Pur non avendo apportato drastici cambiamenti in rosa rispetto al 2025-’26, la compagine capitolina è apparsa letteralmente trasformata in meglio in confronto all’ultimo campionato, per una trasfigurazione radicale che le sta permettendo di prendersi gran parte della scena di questo inizio torneo, mettendo in ombra il resto della comitiva. Evidentemente le mani sapienti dell’allenatore giallorosso stanno cominciando a modellare la sua creatura, e dopo un anno di naturale accomodamento i risultati di tale restauro rivitalizzante iniziano a vedersi. E soprattutto a stupire. In effetti una partenza così lanciata negli ultimi lustri non si era mai vista, perlomeno non in un team che non fosse ultra blasonato. Non nella Roma. Tre vittorie su tre, prestazioni sempre convincenti, brillanti, esprimendo un gioco lineare ed equilibrato, gradevole ed armonioso. Per un’orchestra ben accordata capace di toccare picchi melodici suadenti. E con un primo violino di nome Donyell Malen a dettare il ritmo. Già, Malen. Riallacciandoci al tema delle nostre riflessioni iniziali, incentrate su quanto sia importante possedere un attaccante capace di far gol, ecco chi del gol sta facendo la sua meravigliosa prerogativa. L’olandese si sta dimostrando l’uomo chiave della svolta giallorossa, con il suo score realizzativo da urlo che in queste settimane ha fatto scomodare paragoni altisonanti coi mostri sacri della Massima Divisione nostrana, da Nordahl a Batistuta, per un centravanti che pare già proiettato nella storia del campionato italiano. Probabilmente quello che mancava sino ad ieri alla Roma, quello che le impediva di esprimere al meglio tutto il suo potenziale e di spiccare il definitivo salto di qualità, era proprio la figura di un terminale offensivo di prim’ordine. E adesso che è stato trovato è ipotizzabile un torneo che vedrà la Lupa tra le protagoniste assolute della nuova stagione.

SPERANZE MAL RIPOSTE

Chi a quanto pare non comprende a fondo l’importanza di avere in rosa un vero goleador è l’establishment della Juventus. Pur rappresentando le basi fondanti del Calcio, evidentemente codesta nozione attualmente non alberga a Torino. La Zebra, tra tutte le big, è l’unica società che pretende di poter fare a meno, senza pagare dazio, ad un reparto avanzato di alto livello, affidandosi con troppa disinvoltura e scarsa lungimiranza a calciatori a cui altri club non avrebbero concesso che pochi crediti. Randal Kolo Muani e Nick Woltemade saranno pur sempre degli onesti lavoratori del pallone, ma entrambi ad oggi non hanno dimostrato di avere il gol nel sangue, e non possono garantire quell’apporto di reti necessario ad un top team per emergere dall’affollamento cui spesso ci si ritrova invischiati a fine stagione. Ambedue non sono in grado di produrre un bottino degno di un solo centravanti dalla considerevole forza d’urto, e a causa della scarsa inclinazione a violare le difese avversarie rischiano di compromettere non poco le ambizioni di una squadra che mira al di là dell’ordinario, e che dopo diverse annate vissute tra le comprimarie non può concedersi ulteriori rinvii ai propri propositi sfarzosi. Pretendere di affrontare un’intera stagione senza un vero bomber è come presumere di vincere una gara automobilistica con una utilitaria o giù di lì. Sinceramente si fatica a comprendere come nell’ultima campagna trasferimenti in casa Juve non abbiano potuto trovare di meglio, trascorrendo un’intera estate ad inseguire tal R. Kolo Muani, facendogli una corte di cui in altri tempi non avrebbe goduto nemmeno Pelè, per poi ritrovarsi tra i piedi un oggetto inutile ed ingombrante, una sorta di copia di quel J. David la cui utilità era stata pari a quella di un ventilatore nel Circolo Polare Artico: più dannoso che superfluo. Quindi all’ultimo minuto si è corso ai ripari, o si è tentato di farlo, assicurandosi il tedesco N. Woltemade, più una scommessa che una certezza. Come se i bianconeri potessero permettersi di sperimentare, quasi fossero una provinciale qualsiasi. Il perchè la Juve si sia ridotta a bivaccare tra gli anfratti del mercato atteggiandosi a società con poche pretese e tanta confusione in testa, priva di una vera progettualità, non è dato saperlo, ma di certo non è così che si aspira in grande. Non è questa la Juve che potrà stare alle calcagna di Inter e Roma. Non è facendo affidamento in perpetuo ai gol di difensori o centrocampisti che si può restare a lungo sulla cresta dell’onda. Essa ad oggi appare una squadra incompiuta, monca, ricordando una dimora signorile, ma con sole finestre, senza un portone d’ingresso che sia in grado di accogliere la gloria. Ma la dirigenza bianconera non pare esserne consapevole.

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