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Calcio: i quattro talenti di Maradona che nelle neuroscienze possono spiegare (e allenare nelle nuove generazioni)
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Calcio: i quattro talenti di Maradona che nelle neuroscienze possono spiegare (e allenare nelle nuove generazioni)

Le neuroscienze offrono un’inedita chiave di lettura del talento del Pibe de Oro. E danno l’opportunità di potenziare, nelle nuove generazioni di atleti, quelle doti che per lui erano innate. L’analisi del professor Aiace Rusciano, docente di neuroscienze, psicologo e responsabile del Lab di monitoraggio psicofisiologico da più di dieci anni in staff di Serie A.

Milano, 26 novembre 2020 – Alla notizia della morte di Diego Armando Maradona il mondo ha trattenuto il fiato. Scompare a sessant’anni un campione che ha lasciato un segno indelebile non solo nel mondo dello sport, ma anche nella cultura e nell’immaginario di milioni di persone da un capo all’altro del Pianeta. È difficile trovare qualche suo aspetto umano e sportivo sul quale non siano già stati spesi fiumi d’inchiostro. Ma rispetto a tre decenni fa, quando regalava al Napoli le sue stagioni più spettacolari, abbiamo a disposizione uno strumento di analisi in più: le neuroscienze.

“L’analisi psicologica del talento di Maradona parte dalle sue capacità tecnico-atletiche e dalle sue intuizioni in campo, che hanno entusiasmato il mondo intero. Ma di certo la sua mente fuori dal comune ne rappresenta l’essenza”, esordisce il professor Aiace Rusciano, docente di neuroscienze, psicologo e responsabile del Lab di monitoraggio psicofisiologico da più di dieci anni in staff di Serie A. Nello specifico, sono quattro le doti innate di Maradona che oggi possono essere spiegate in modo scientifico.

·       Durante l’infanzia Maradona si è avvicinato al calcio in modo quasi ossessivo, con migliaia di ore trascorse a giocare per strada con palloni rattoppati e arance. “Numerosi studi neuro-scientifici e psicologici dimostrano che un allenamento costante, che porta a replicare i movimenti migliaia di volte, porta a sviluppare la cosiddetta ‘efficienza neurologica’. Potrà sembrare controintuitivo, infatti, ma i grandi campioni hanno una minore attivazione cerebrale sia a riposo sia in campo. È come se non avessero bisogno di pensare, perché sanno già come rispondere agli stimoli”, spiega Rusciano.

·       Maradona da piccolo giocava dalle prime ore del mattino fino a notte. L’abitudine di allenarsi al buio, ha raccontato a più riprese nelle interviste, l’ha portato ad affidarsi ai sensi e sviluppare un gioco più intuitivo. Così facendo in un certo senso anticipava le moderne tecniche di neuropotenziamento che, tramite occhiali stroboscopici e il mascheramento visivo, “stressano” la vista per migliorare la concentrazione. Metodologie ampiamente adottate dai Club di Serie A per i loro top player e i settori giovanili.

·       Anche la precisione del tiro in circostanze impensabili è una sua caratteristica distintiva che è stata codificata dalla scienza. “Durante i 6 secondi che precedono il tiro, nei top player è stata riscontrata una maggiore potenza delle onde alfa nelle aree occipitali del cervello. Questo implica un perfezionamento in termini di pianificazione, pensiero strategico e azioni sul campo”, spiega Rusciano. “Negli atleti esperti – come negli artisti – è stata osservata una maggiore attivazione nel sistema dei ‘neuroni specchio frontale’, che si attivano involontariamente sia quando l’individuo esegue un’azione finalizzata, sia quando la osserva negli altri. Queste aree del cervello permettono agli esseri umani di comprendersi tra di loro e di comunicare”.

·       “Nato e cresciuto in un contesto povero e disagiato, ma con esempi genitoriali di grande dignità, Maradona fin da piccolo sviluppò una consapevolezza, una determinazione e una forza mentale che lo aiutarono a sopperire ai limiti del suo fisico. Una dimostrazione da manuale di una dote, la resilienza, diventata un leitmotiv negli ultimi anni”, conclude Rusciano.

Una volta trovato il fondamento scientifico alle qualità che fanno di un atleta un campione, le neuroscienze possono fare anche il passaggio successivo: allenarle, esattamente come se fossero muscoli. “Oggi chiunque pratichi sport ad alto livello non può esimersi dal training della mente. Le neuroscienze cognitive dello sport sono una via innovativa per ‘leggere’ il cervello degli sportivi e renderlo più solido, motivato e rapido. Tutti aspetti che possono essere tradotti in variabili numeriche da monitorare nel tempo, come già accade nella nostra Serie A e in Premier League”, conclude Rusciano. “Ci tengo a sgomberare il campo da un possibile equivoco: questo non significa cercare di omologare le diverse personalità creando tanti ‘soldatini’. Anzi, è vero proprio il contrario. Un grande calciatore è un ‘folle lucido’ che in partita crea equilibrio nel disequilibrio. Guardando indietro, che giocatore sarebbe stato Maradona se fin da giovane fosse stato seguito anche negli aspetti psicologici, prevenendo azioni autodistruttive?”.

Giovanna Castagnetti

Press Office Manage

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