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Jaannik Sinner racconta: lo stop forzato, il legame con Alcaraz e quel dolore d’infanzia che non si cancella
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Jaannik Sinner racconta: lo stop forzato, il legame con Alcaraz e quel dolore d’infanzia che non si cancella

Il conto alla rovescia è iniziato e la fine di dicembre è cerchiata in rosso sul calendario.

Jannik Sinner vede finalmente la luce in fondo al tunnel e si prepara a tornare in campo, ma prima di rimettere piede sul rettangolo di gioco si è raccontato a cuore aperto in una lunga intervista concessa a La Repubblica. Mesi difficili, segnati da un infortunio al ginocchio che lo ha costretto a fermarsi dopo il trionfo a Wimbledon dello scorso luglio, ma vissuti con la lucidità e la maturità che contraddistinguono il numero uno del mondo.

La dura lezione della pazienza e degli infortuni

«Pazienza è la parola giusta per questo periodo», spiega Sinner riflettendo sullo stop forzato. «Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti».

Nel percorso di un atleta di vertice, la gestione del fisico è fondamentale. Sinner lo sa bene e sottolinea quanto sia cruciale una visione a lungo termine: gli infortuni fanno parte dello sport e bisogna essere intelligenti per capire quando e quanto giocare. «Si semina ora, ma il raccolto ha altri tempi. E la differenza la fa sempre il lavoro, la preparazione che fai, non la fortuna. Quella aiuta a vincere un punto, non la partita». Durante l’estate lontana dai tornei, il campione azzurro non è di certo rimasto con le mani in mano: tra sedute di palestra, lavoro con i fisioterapisti, una capatina a Monza per la Formula 1, la sfilata di Gucci a Milano e la lettura di un romanzo fiume come Io uccido di Giorgio Faletti, Jannik ha tenuto a bada la noia senza mai voltare le spalle al tennis.

Il dualismo con Alcaraz e la grande storia del tennis

Inevitabile un passaggio sul suo rapporto con Carlos Alcaraz, un dualismo che appassiona i tifosi e richiama alla mente le grandi rivalità che hanno fatto la storia di questo sport, da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi, fino ai leggendari Federer, Nadal e Djokovic.

«Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante», racconta Sinner. «Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite».

Il ricordo più doloroso e la voglia di futuro

Se gli si chiede quale momento vorrebbe cancellare, Sinner spiazza tutti uscendo dal perimetro del campo da tennis. Non è la sconfitta in finale a Parigi o la semifinale persa a Melbourne, ma un ricordo privato e doloroso: il giorno in cui, a soli 13 anni e mezzo, ha dovuto salutare suo padre a Milano per iniziare il suo percorso lontano da casa. «Ci stavamo lasciando, piangevo io per lo strappo, ma anche lui».

All’opposto, tra i momenti da rivivere ci sono la purezza di una domenica d’inverno a sciare sulle Dolomiti con gli amici, il calore della famiglia o l’adrenalina dei kart insieme a Giovinazzi e Ciccone.

L’idea di scrivere un’autobiografia, per ora, può attendere. Modesto e concentrato sul presente, Sinner preferisce lasciare la parola ai colpi sulla racchetta: «Serena Williams, Sharapova, Agassi, McEnroe, Nadal, Borg l’hanno scritta, ma io sono ancora giovane, magari ne riparliamo tra vent’anni. Ora ho alzato la testa oltre le righe, ma voglio riabbassarla sulla palla. So che fuori c’è dell’altro, ma il mio posto è lì». In quel rettangolo chiamato tennis.

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