ED IL TERZO ANNO RESUSCITO’
(Alberto Sigona) – Quando s’imbocca il viale del tramonto in genere non si può più invertire direzione. Eppure, contro ogni previsione, dopo due anni crepuscolari il campionissimo serbo è tornato ad infiammare la platea. Per concedersi un addio alle scene degno della sua gloria…
Da un paio d’anni a questa parte Novak Djokovic aveva imboccato il fatidico viale del tramonto. Ad accompagnarne il percorso, in genere senza ritorno, vi era stata una lenta ma progressiva involuzione, che si apprestava a condurlo alla fine di un viaggio professionale ed esistenziale ricolmo di giubilo ma al contempo lungo ed estenuante. Un tragitto verso l’epilogo inesorabile che in questo biennio era stato puntellato da frequenti scivoloni e da ripetuti tracolli che ne avevano offuscato a più riprese l’epopea gloriosa. Nole più volte, grazie alla sua caparbietà ed alla scarsa inclinazione ad abbandonarsi alle disposizioni anagrafiche, aveva tentato con tutte le forze concessegli da Madre Natura di prolungarne il cammino, provando a dilazionare oltremodo il decorso dell’imbrunire che con intransigenza si stagliava oltre l’orizzonte, cercando di differire il più possibile il giorno della “dipartita”. Ma il temuto punto d’arrivo continuava a mostrarsi in maniera sempre più distinta ed inequivocabile. E per quanto si provasse ad occultarne la visione, esso ricompariva più evidente che mai, quasi con impertinenza. Sfrontato, irriverente, deciso a chiudere la carriera sontuosa di uno dei più grandi tennisti di ogni era. Sicché la via levigata e sgombra che un tempo ne aveva caratterizzato il percorso, ormai si era trasformata in una mulattiera disagevole, stretta e tortuosa. Ad un certo punto lo stesso Djokovic sembrava di aver compreso che nulla avrebbe potuto riportarlo indietro. Nulla avrebbe potuto riportarlo ai fasti d’antan. Nulla avrebbe potuto rimettere indietro le lancette del tempo. L’orologio della storia stava facendo riecheggiare nell’aere gli ultimi lugubri rintocchi. Eh già, il momento di fermarsi era arrivato anche per lui. Era davvero giunta l’ora del commiato. Non rimaneva altro che rassegnarsi. Non restava che rimettersi al volere dell’Inevitabile.
Tuttavia prima di congedarsi dal palcoscenico col classico inchino finale davanti alla propria figura iconica, occorreva ancora realizzare l’ultimo capolavoro da collocare nella galleria sfarzosa, quella che ospita da diversi anni le opere d’arte meravigliose ed opulente che hanno costellato la traiettoria agonistica dell’eccellenza serba. Quello di Djokovic non poteva essere un finale inglorioso. No, doveva essere un encomio colmo di lode, degno della sua fama, conforme alla sua corona aurea. Occorreva perciò una rappresentazione maestosa da mettere in scena in un teatro da grandi occasioni, con una fastosa cornice di pubblico. E quale scenario migliore di quello offerto dagli Open d’Australia? Quello di Melbourne è sempre stato il suo contesto teatrale prediletto. È proprio lì che Djokovic si è sempre espresso al meglio delle sue potenzialità, affermandovisi ben 10 volte. È proprio nella terra dei canguri e dei koala che nel lontano 2008 aveva inaugurato la sua saga epica che nel giro di qualche lustro lo avrebbe proiettato nel firmamento dello sport. Ed è sempre lì che ha deciso di chiudere in grande stile il cerchio ambrato di una carriera regale ed ineguagliabile.
Ad onor del vero per riuscire nell’intento di concludere in pompa magna la propria avventura non si è affidato unicamente alle sue forze, ma, come sovente capita agli immortali dello sport, ha potuto beneficiare di una dose massiccia di buona sorte. Più prosaicamente è doveroso rimarcare quanto abbiano inciso gli episodi singolari e fortunosi nell’economia del torneo disputato in terra oceanica. Nole, infatti, prima di giungere in Semifinale ha usufruito beatamente di ben due forfait dei suoi avversari, prima quello del ceco J. Mensik, contro cui non si è dovuto nemmeno scomodare di scendere in campo, poi quello del nostro L. Musetti ai Quarti di finale, match interrotto sul 2-0 in favore dell’italiano. È innegabile che per un 38enne arrivare all’appuntamento contro J. Sinner fresco come una rosa appena colta è stato sicuramente un vantaggio non da poco. Il risparmio di energie avuto negli incontri precedenti gli sarà certamente tornato utile nella sfida poi vinta contro l’altoatesino, ancor più in una partita rivelatasi molto lunga, complicata, estremamente combattuta, ovviamente dispendiosa, tra l’altro disputata in condizioni climatiche non ideali, che in genere tendono a fiaccare la resistenza degli atleti. D’altronde non è certo un mistero che tecnicamente il serbo sia superiore a chiunque altro. Grazie al maggior riposo di cui si è avvalso, Novak, sfruttando un’occasione più irripetibile che rara, ha di fatto potuto azzerare l’unico gap, quello atletico, che lo separava dal talento di Sesto Pusteria, ottenendo da sfavorito una vittoria che solo pochi giorni prima appariva quanto mai insperata e poco probabile. Sino a perdere con onore nella Finalissima contro il sommo C. Alcaraz. Una sconfitta che se contestualizzata – il solo essere arrivato sino all’ultimo atto di uno Slam è stato già incredibile – vale quasi quanto un successo. Regalandosi il sipario che meritava. Voce dal fondo: ma siamo sicuri che sul campione di Belgrado il sipario – inteso come apice figurato della sua riapparizione ad altissimi livelli – sia calato veramente? Probabilmente sì, vista l’età, viste le circostanze di cui ha dovuto beneficiare… Forse il punto più alto della sua rinascita è stato toccato proprio in Australia… Ma chissà, con Djokovic non si può mai sapere…


