Quando mancano nove appuntamenti iridati, diciotto gare e 333 punti da assegnare al vincitore, il mondiale è ancora tutto da decidere. Pecco e Martinetor sono divisi solo da 5 lunghezze, praticamente nulla. E anzi, alla fine della Sprint, corsa sabato 17 sul Red Bull Ring, i due si trovavano appaiati in cima alla classifica.
Bagnaia ha poi conquistato domenica la sua venticinquesima vittoria con Ducati ed in MotoGP, e ha eguagliato Kevin Schwantz al decimo posto dei piloti con più vittorie nella classe regina.
Ma questo importa solo agli amanti delle statistiche. Ai fini del Mondiale la sfida è ancora tutta da decidere. L’unica cosa certa è che se la giocheranno, speriamo sino all’ultimo, solo loro due.
Gli avversari si sono sciolti come neve al sole. E di questi tempi la neve è sempre stata poca, mentre il sole invece è sempre stato più caldo.
Bastianini si sta ritagliando un ruolo da coprotagonista, ma ha iniziato tardi. Ha incominciato a incamerare prestazioni convincenti e punti pesanti solo dal Gran Premio del Mugello, ma il gap pesante di 60 punti appare invero difficile da recuperare.
Del resto, tra Sprint e Gran Premio, il primo guadagna “solo” otto punti sul secondo e appare invero improbabile che la Bestia metta in fila otto fine settimana da sballo consecutivi per arrivare all’ultimo appuntamento di Valencia in testa la mondiale di quattro punti.
Certo, noi che, dal nostro comodo divano, crediamo nell’agonismo duro e godiamo come matti nella tensione esasperata, non possiamo che augurarglielo. Anche per rinfacciarlo a quei manager Ducati che troppo frettolosamente lo hanno lasciato andare ad intristirsi in Ktm. [Perché dovrebbe essere chiaro a tutti che la casa austriaca in futuro punterà solo su Acosta, ndr].
Marquez, invece, dopo aver annusato che non era aria, troppo superiore la Panigale 2024 sulla 2023, anche per uno con il suo smisurato talento, ha tirato i remi in barca. Punta a fare chilometri, acquisendo esperienza sulla Ducati e soprattutto sull’avversario numero uno del prossimo anno, il caro compagno di squadra. Vuole capire di che pasta è fatto.
A ben vedere, all’inizio ci aveva pure provato, e forse pure creduto, guadagnando una serie notevole di podi, ma poi ha desistito. Mentre tutti gli altri li passa come se fossero fermi, con Pecco e Martinetor targati Panigale 2024 è tutt’altra storia.
Ma Marquez sta imparando a pazientare. Sa perfettamente che, se è vero che sono le moto a costruire i campioni, è piuttosto il talento a svelare i fenomeni. E il 2025, con buona pace del team Gresini, è dietro l’angolo.
E veniamo allora a puntare il dito sul gap tecnico che la Panigale 2024 ha saputo scavare. Agli inizi del campionato Binder su Ktm, Vinales su Aprilia avevano un po’ illuso, ma poi lo strapotere di quello che una volta veniva chiamato il caro vecchio pompone è stato semplicemente imbarazzante. Purtroppo, oggi la Desmosedici non suona più come allora, ma spinge ancora maledettamente forte all’uscita di ogni curva. E gli avversari sono costretti ad accontentarsi delle briciole.
Tocca mettersi gli animi in pace perché sarà così sino al 2027, quando cambierà tutto e forse entrerà anche BMW. [Ci dispiace per Rivola, ma siamo convinti che Martin quest’anno si giochi l’ultima chance di vincere il mondiale, ndr]. Acosta, Quartararo e Marini sono avvisati. Difficile pensare che una casa motociclistica, soprattutto quelle giapponesi, impegnino risorse esorbitanti per colmare un gap tecnologico su un prototipo che dovrà girare solo un paio d’anni.
Per carità. Non vogliamo essere fraintesi. Chi scrive gode come un matto. Si tifa moto italiane da sempre.
Siamo cresciuti con gli anni Ottanta e Novanta dove il predominio giapponese appariva come inesorabile. Facevano quasi tenerezza i miracoli di Mamola, Lawson e Kocinski sulla Cagiva dei mitici fratelli Claudio e Gianfranco Castiglioni. Gli smemorati e tutti quelli che storcono il nasino da scooteristi dell’ultima ora si vadano a rivedere le statistiche di quegli anni o magari il dominio della NSR500.
In questa estate calda andiamo a memoria, ma solo per fare un esempio, dal 1996 al 1998, la Honda ha concesso la miseria di soli nove podi e una vittoria alla Yamaha di Norifumi Abe. Nove podi e una vittoria su quarantaquattro gare. Negli stessi tre anni la casa dell’Ala Dorata piazza cinque piloti nei primi cinque posti del mondiale. Anzi no. Nel 1996 Abe portò la Yamaha al quinto posto finale.
Il predominio logora chi non lo può esercitare.

