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Spagna Campione 2026! Un Mondiale da promato

                

(Alberto Sigona) Col trionfo strameritato della Spagna cala il sipario sul Mondiale più… imponente di sempre

Tutto in questa rassegna iridata ha assunto dimensioni extralarge, dal numero delle partite ai record infranti dai calciatori. Ed anche le polemiche…

Quello appena riposto tra gli scaffali dorati degli archivi calcistici rimarrà nella storia come il Mondiale dei record.

UN MONDIALE DA PRIMATO

Tutto in questa Coppa del Mondo 2026 disputata nel continente americano ha assunto proporzioni esagerate mai viste prima, dall’organizzazione al mero evento sportivo. Ad iniziare dagli stadi monumentali ed extra lusso sino a giungere alle 104 partite disputate. Dal numero di appassionati ed addetti coinvolti (dagli operai ai giornalisti), ai quattrini sborsati dai tifosi del globo per presenziare alla prima rassegna iridata dipanatasi in 3 Paesi. Dal numero di biglietti venduti, agli introiti derivanti dalle entrate pubblicitarie. Dalle misure restrittive troppo severe (ed a volte vergognose) adottate alla frontiera, alla durata delle stesse partite, che si son dovute districare fra hydration break e sospensioni dovute alle intemperanze atmosferiche. Dalle 48 Nazionali presenti alla lunghezza dell’intera kermesse, srotolatasi in oltre un mese. Dal numero dei vip presenti sugli spalti ai gradi centigradi registrati negli stadi. Evidentemente quando c’è l’America di mezzo tutto è destinato ad essere gigantesco. E non solo dal punto di vista geografico.

IL TRIONFO DELLA SPAGNA

Comunque i veri primati, perlomeno quelli più affascinanti, li hanno immatricolati le squadre esibitesi sulla verde arena, a partire dalla Spagna, la prima Nazionale di sempre riuscita a laurearsi Campione del Mondo (2° Titolo dopo quello del 2010) subendo un solo gol. Proprio grazie ad una difesa imperforabile (che ha potuto contare, tra l’altro, sul diciannovenne Pau Cubarsì, vicino ad infrangere ogni record di precocità…) gli iberici dei vari Lamine Yamal (il re dei baby prodigio), Dani Olmo, Alex Baena e “don” Rodrigo sono riusciti a sopperire alla mancanza di quello che generalmente è un fattore imprescindibile nelle ambizioni di un team che punta al sublime, ovvero il centravanti di sfondamento. In questo torneo quasi tutte le big ne potevano disporre almeno uno. La Francia aveva un certo Mbappè. L’Inghilterra poteva vantare in rosa Kane. La Norvegia si affidava al prototipo del marcatore seriale Haaland. E ne era in dote anche l’Argentina, con Messi che all’occorrenza è in grado di indossare le vesti del bomber come fosse una prima punta votata a violare le retroguardie altrui. Per non parlare di Lautaro, stranamente poco impiegato da mister Scaloni. Non lo aveva tra le proprie fila il Brasile, e non ne era in possesso nemmeno la Germania. Ed infatti non sono andate lontano… La Spagna non poteva contare che su Oyarzabal, ma non lo si può definire un vero centravanti, specie se si limita a 4 gol su azione senza mai segnare nella fase ad eliminazione diretta (a parte i Sedicesimi) se non su rigore. Vincere la Coppa del Mondo senza disporre di un vero cannoniere per certi versi rappresenta anch’esso un record. In verità per la squadra iberica la mancanza di un goleador capace di garantire un bottino di gol congruo alle sue ambizioni non rappresenta una novità, anzi la squadra latina da tempo sembra affetta da una sorta di sindrome cronica che le impedisce di far affidamento ad una vera punta deputata al gol, ma ciò in molti casi non le ha impedito di fregiarsi di trofei di prestigio, come in occasione del Mondiale 2010, ai tempi del Falso Nueve, per una Nazionale che ormai sta facendo di necessità una rara virtù, trasformando un limite in una risorsa. E pazienza se lo spettacolo non raggiunge picchi d’antologia. Il vero segreto, o meglio, l’arma in più che permette alla Spagna di poter fare a meno di un bomber di razza è sicuramente il centrocampo, che dai tempi di Luis Aragones e del tiki taka è congegnato in maniera tale d’aggirare qualsiasi ostacolo. Anche in questo torneo la zona mediana è stata la migliore in assoluto tra le 48 partecipanti, proponendo un gioco corale, ben orchestrato, tra i più elaborati e concreti che ci possano essere. In fase offensiva avanza con la sua cadenza placida, ma avvolgente e particolarmente incisiva. Non ci sono concessioni a preziosismi inutili o divagazioni superflue, non si lascia andare ad improvvise accelerazioni o a drastiche  mutazioni di ritmo, ma tutto è funzionale all’entrata in area di rigore, a tenere il possesso palla nelle zone più pericolose, in attesa che prima o poi l’avversaria di turno apra un varco e si lasci perforare. Ma anche in fase di contenimento sa mostrarsi molto abile a rendere vane le incursioni altrui, permettendo al proprio portiere di vivere in pace (o quasi), senza l’assillo continuo della paura di doversi prodigare in interventi al limite del possibile. Per una tattica quanto mai equilibrata, sapiente e soprattutto efficace, quasi cinica, adatta a limitare qualunque avversario. Non a caso la Spagna è stata l’unica formazione capace di neutralizzare due “colossi” del calibro di Mbappè e Messi, ovvero i due super protagonisti annunciati di questo torneo, ed essere riusciti a fermarli è stato una sorta di record…

MESSI E MBAPPE’ SUPERSTAR

Mbappè e Messi sono stati autori di un numero cospicuo di record che solo ad elencarli tutti rischierei di consumare l’intera penna con cui sto scrivendo codesto articolo. Mi limito perciò a citarne alcuni. Iniziamo dal dio argentino, che dopo averne a lungo percepito l’effluvio ed intravisto gli indizi (rivelatisi poi menzogneri), ha solo lambito quello che per lui sarebbe stato il secondo Iride di seguito che lo avrebbe elevato sull’empireo del pantheon calcistico. Ad ogni modo avrà di che consolarsi. Innanzitutto è diventato il secondo della storia dopo il celebre difensore brasiliano Cafù a disputare 3 Finali. Poi è salito al 2° posto all time tra i marcatori della Coppa, con ben 21 reti (su 34 partite, un primato già suo che in America ha così ritoccato), infrangendo ogni genere di record in fatto di longevità realizzativa, visto che nessuno alla sua età si era nemmeno sognato lontanamente di andare a bersaglio 8 volte (7 su azione), aspirando sino all’ultimo istante della manifestazione al Titolo di Capocannoniere (unica perla che latita nel suo strabiliante palmares). Ma non abbiamo ancora finito. Presenziando alla Finalissima di New York – unica partita di questo Mondiale in cui non si è espresso ai suoi livelli, forse perchè arrivatovi spremuto dai troppi impegni ravvicinati e dai tanti sforzi profusi per traghettare l’Argentina ben oltre le sue realistiche possibilità – il Dieci di Rosario, con i suoi 39 anni e 25 giorni, è divenuto il più anziano giocatore di movimento a giocarsi il Titolo iridato. Potremmo continuare ancora ad elencare i suoi record, ma sarà meglio trattare di ciò in altre “sedi” più opportune, magari in qualche libro di storia e statistica dello sport…

Quanto a Mbappè, grazie alle sue 10 reti si è assicurato la seconda Scarpa d’Oro consecutiva, il primo a riuscirvi in 96 anni di storia dei Mondiali, e soprattutto si è garantito il 1° posto assoluto nella graduatoria dei goleador iridati di tutti i tempi, 22 gol su 22 partite. Rimanendo in tema di goleador seriali, s’è ritagliato un ultimo angolo di gloria l’eterno Cristiano Ronaldo, il primo di sempre a segnare in 6 edizioni dei Mondiali ed il primo europeo di sempre (ed il secondo in assoluto dopo il camerunense Roger Milla) ad andare in gol ad oltre 40 anni (41), un’età che sarebbe stata improponibile per chiunque ma evidentemente non per lui, che dei record ha fatto una ragione di vita. Questo a quanto pare è stato il Mondiale delle stelle, ed allora, oltre a quelli appena citati, eccoci a celebrare le gesta del norvegese Haaland, che coi suoi gol ha trascinato la sua Nazionale ad uno storico Quarto di finale e ad un successo, sino a tre anni fa impronosticabile, sul Brasile di Vinicius Jr e compagnia. Prototipo ideale del killer d’area di rigore (ma la sua letalità si può apprezzare anche nei dintorni…), le sue medie realizzative non hanno molti precedenti nella storia della Coppa, ergendosi ad emblema di un Mondiale in cui un po’ tutto è stato esagerato, assumendo proporzioni ciclopiche. Compresa la delusione per l’aver assistito ad una Finale monotona e sgradevole, rigorosamente a senso unico, con la Spagna a macinare gioco e gli argentini ad osservare svogliati ed annoiati, per un match che di certo non è stato la degna chiusura di un Mondiale, e che non condensa per niente l’espressione aulica di una Coppa la cui orma rimarrà indelebile lungo il tragitto della storia.

QUANDO LE DIMENSIONI CONTANO

Proseguiamo esprimendo il nostro vivo ed accorato disappunto sull’allargamento della manifestazione, che da 32 è passata addirittura ad accogliere ben 48 squadre. L’ultimo ampliamento era avvenuto nel 1998, quando da 24 ci si ingrandì sino ad includere 32 nazionali, per un’espansione che all’epoca fu tutt’altro che drastica e che non mutò più di tanto l’aspetto del torneo iridato, conferendole anzi un formato più ordinato ed armonico (ai tempi ritenuto ideale e definitivo), e che si andava a conformare alla crescita di competitività del calcio africano ed asiatico, a cui veniva garantito finalmente (e meritatamente) maggior spazio al fianco della regina Europa, assicurando al contempo il giusto compromesso tra quantità e qualità, senza correre il rischio di assistere ad una prima fase di campionato troppo sbilanciato in favore delle big. In questo Mondiale americano invece la dilatazione è stata sin troppo smisurata, giungendo a “sfornare” ben 104 partite, a fronte delle 64 in programma sino alla Coppa del Mondo di Qatar 2022, producendo una vera indigestione di calcio, tra l’altro non sempre di alta qualità, di cui non si sentiva proprio il bisogno. Questo incremento spropositato risponde alla tendenza da parte dei vertici del calcio internazionale di estendere il format di ogni torneo (dalla Champions League al Mondiale per club), facendogli assumere dimensioni smisurate che a volte rasentano il ridicolo. Nella fattispecie si accampa il pretesto di rendere il Mondiale più globale e inclusivo, permettendo a più nazioni di partecipare, e si adduce la trovata di sviluppare il calcio nei continenti meno rappresentati. E parallelamente si sbandiera l’alibi che occorre allinearsi alla crescita del football internazionale, che in effetti negli ultimi decenni è stata considerevole. Difatti è innegabile come nel calcio del nuovo millennio il divario, prima incolmabile, tra il patriziato e il proletariato, si sia ridotto abbondantemente, e che ormai l’equilibrio è garantito pure tra la Spagna Campione d’Europa in carica e la principiante Capo Verde… Tuttavia, e non occorre il quoziente intellettivo di Albert Einstein per capirlo, il vero motivo che induce l’establishment del pallone a perseguire la via dell’espansione incondizionata è ovviamente di natura economica (del resto ormai il dio denaro impera ovunque…), visto che ad un maggior numero di partite corrisponde un maggior numero di zeri da aggregare alle cifre relative agli introiti derivanti da codeste rassegne. Ma lor signori dovrebbero sapere che anche quando si è ispirati dal business occorre rispettare certi limiti, oltre i quali si corre il pericolo che i danni collaterali superino persino i benefici veri e presunti. E magari quando ci si accorgerà sarà troppo tardi per rimediare. E la cosa più inquietante è che invece di rendersi conto di essersi spinti al limite del lecito e del tollerabile, i potenti del pallone stanno già pensando ad un ulteriore ingrandimento della Coppa, che sin dal 2030 potrebbe accogliere nel calderone addirittura 64 squadre, esattamente il doppio (!?) di quante ne prendevano parte sino a quattro anni or sono. Francamente ciò produrrebbe un’abbuffata inconcepibile, per quella che sarebbe quasi un’oscenità che sfiderebbe il buon gusto. E un eccesso che ferirebbe il buon senso.

In tal modo la manifestazione assumerebbe delle dimensioni elefantiache che mal si coniugano con un torneo per sua natura elitario, e ad un calendario sempre più ingolfato da impegni. Ma c’è di più. L’esagerata lunghezza del torneo probabilmente stancherebbe il tifoso medio, generando una naturale assuefazione agli appuntamenti di gala, e così la passione inizierebbe gradualmente a diminuire, indirizzandosi verso il sentiero oscuro ed ambiguo che conduce dritti all’apatia. Per tacere del livello qualitativo della prima fase del torneo, che gioco forza, essendo sostanzialmente costretto ad ospitare diverse Nazioni troppo modeste per riempire il “palinsesto”, subirebbe una ulteriore svalutazione che rischierebbe di deteriorare non poco l’aspetto della manifestazione. Il passaggio da 32 a 48 squadre già in questa rassegna iridata ha avuto conseguenze deleterie rilevanti, col torneo che ha risentito parecchio dell’incremento bulimico delle partite e della presenza di squadre dalla levatura imbarazzante come Haiti, Qatar, Tunisia, Iraq, Giordania e Uzbekistan e Panama, con quasi tutte che hanno chiuso i rispettivi raggruppamenti a zero punti e con k.o. pesantissimi sul groppone. Un ulteriore ampliamento ci farebbe assistere ovviamente ad un dislivello ancor più marcato tra squadre aristocratiche e team emergenti, e molte partite tra compagini modeste riscuoterebbero uno scarso interesse di pubblico (al di là dei supporters diretti interessati) e media, con varie sfide che terminerebbero tra la sonnolenza generale o quasi. Certo, magari la prossima World Cup non assumerebbe le sembianze di un caotico baraccone, come paventato da qualcuno, ma credo che si possa fare a meno di concedere asilo alla noia in una kermesse che invece, essendo riservata solo alle più forti del Pianeta, dovrebbe garantire di per sé il massimo del pathos e dello spettacolo sin dalle prime tornate (al di là del folklore sugli spalti). Inoltre la stessa partecipazione al Mondiale non avrebbe più la stessa “magia” di una volta, visto che per accedervi, aumentando a dismisura le candidate, non occorreranno necessariamente meriti particolari o requisiti significativi, ma ci si potrà limitare ad esprimere il… minimo sindacale. Gli incontri di qualificazione per gran parte delle Nazionali equivarrebbero a poco più di mere formalità da espletare con sufficienza. Paesi come Brasile, Argentina, Francia, Spagna e soprattutto i “principi” della Concacaf, ovvero Stati Uniti, Canada e Messico (per tacere di tanti altre Nazioni, dalla Nuova Zelanda al Giappone), avrebbero praticamente il posto garantito a vita (in quelle “circoscrizioni” non avrebbero seri concorrenti in grado di fermarli), e la suspense di tantissime sfide “preliminari” propedeutiche alla rassegna iridata scomparirebbe quasi totalmente, concedendo diritto di cittadinanza alla tediosa routine. Giocare un Mondiale, di conseguenza, non sarebbe interpretato come un privilegio esclusivo da guadagnarsi col sudore della fronte, ma equivarrebbe ad un onore dovuto per una sorta di diritto di censo. Ciò in parte avviene già attualmente, con le ripartizioni dei gironi di qualificazione, specie quelli africani, che lasciano pochi spiragli all’incertezza, favorendo sfacciatamente le solite note, comprese rappresentative che con criteri di selezione un po’ meno permissivi e appena più meritocratici non si sarebbero nemmeno sognate di giungere ad un Mondiale, nonché diversi Paesi con ranking troppo basso. Basti citare il caso dell’Algeria, che per staccare il pass per l’America ha dovuto superare gli “insormontabili” ostacoli di Uganda, Mozambico, Guinea, Botswana e Somalia; o del Ghana, che si è dovuto confrontare con “colossi” del calibro di Madagascar, Mali e Comore; o della Tunisia, che ha incrociato i guantoni con Namibia, Liberia, Malawi… o, andando al di là del continente nero, possiamo menzionare Panama, inserita in un girone di “ferro” con Paesi… fortissimi come Nicaragua e Belize; o la Nuova Zelanda, che ha trovato sulla sua strada giganti come Tahiti, Vanuatu, Samoa, Figi e Nuova Caledonia; e vogliamo parlare della Corea del Sud, che si è limitata a far meglio di Cina, Thailandia, Singapore, Giordania, Iraq, Oman, Palestina e Kuwait? Per loro la vera impresa sarebbe stata non qualificarsi. Ma potremmo continuare citando innumerevoli esempi di gironi troppo morbidi, come quello delle Germania, che ha incontrato “colossi” come Slovacchia, Irlanda del Nord e Lussemburgo… Per non parlare dell’Inghilterra, che ha incrociato sulla sua sua strada Albania, Serbia, Lettonia e Andorra… Insomma un nuovo format ancora più inclusivo finirebbe col veder decrescere sensibilmente persino la credibilità ed il fascino della stessa prima parte della kermesse e ciò non sarebbe proprio l’ideale per quello che dovrebbe essere un torneo molto selettivo destinato soltanto ad una ristretta cerchia di “fortunati” ed a chi profonde seri sforzi per accedervi. E non certo una competizione con dei seggi sostanzialmente garantiti a prescindere. Ad ogni modo, al netto delle motivazioni sin qui addotte, ciò che ci induce maggiormente a “votare” contro un’ulteriore espansione della Coppa del Mondo è la lunghezza sproporzionata che essa assumerebbe, che mal si concilia con le esigenze dei calciatori  e con la…  pazienza dei tanti appassionati. E magari di questo passo, oltre alla pazienza, si finirebbe con l’esaurire anche le lettere dell’alfabeto deputate a denominare i vari raggruppamenti del 1° Turno (ricordo che siamo giunti già alla L…). Ed allora sì che la FIFA darebbe i numeri. E non solo quelli appartenenti alla matematica…

NO BREAK, PLEASE

Chiudiamo infine col commentare l’introduzione obbligatoria della “pausa idratante” in ogni partita. Essa ha suscitato più di una polemica nell’ambiente calcistico, e gli stessi tifosi non hanno sembrato gradire l’innovazione introdotta dal Massimo Organismo del Calcio mondiale, che a quanto pare non mira tanto, come astutamente vorrebbero far crederci, a preservare la salute dei calciatori (tra l’altro ricordo che in oltre 150 anni di football agonistico non è mai morto nessun giocatore per il caldo…), ma a garantire ai vari network maggiori introiti economici derivanti dall’ingresso di sostanziosi slot pubblicitari all’interno delle partite, destinati a mandare in pensione i vecchi “minispot” di 10-15 secondi… Qualcuno si ostina ad insistere sulle candide e genuine intenzioni della FIFA, escludendo secondi fini poco nobili, ma allora perché sospendere il gioco (a volte spezzandone il ritmo) anche in stadi chiusi e climatizzati, o comunque quando le temperature non sono elevate, e persino a metà primo tempo, quando ancora ci si trova “belli freschi” ed appena accaldati rispetto al 2° tempo, quando la fatica inizia effettivamente a farsi sentire a gran voce? E poi quanto possono essere necessarie tali pause in uno sport soggetto a varie (ed eventuali) sospensioni già di suo, e che tra falli, infortuni, punizioni, ammonizioni (verbali e… “scritte”),  proteste, rimesse (dal fondo e laterali), esultanze post gol, chiamate al Var, silent check, 10 sostituzioni, ecc… ha un tempo effettivo che non supera quasi mai i 50 minuti? La rubrica Indiscreto sul numero più recente del mensile Guerin Sportivo in proposito mi ha ricordato una celebre frase di Abraham Lincoln che calza a pennello: “Si possono ingannare alcune persone per sempre e tutte le persone per un po’, ma non si possono ingannare tutti per sempre”. Ricordo, restando in tema di bugie mascherate da verità, quando nel 2020 furono introdotte le 5 sostituzioni a partita, giustificandole come un qualcosa di provvisorio volto a garantire maggior riposo e possibilità di recupero agli “attori della verde arena”, che a causa della lunga sospensione dovuta alla pandemia da Covid-19 non si erano potuti preparare a dovere per tornare a “recitare”, per di più senza amichevoli… di rodaggio, in piena stagione estiva ed al ritmo estenuante di una partita ogni 2 o 3 giorni (occorreva, infatti, recuperare il tempo perduto durante il lockdown…). Poi il provvisorio ovviamente diventò definitivo, ed il Calcio ne fa sinora le spese, con l’ultima mezz’ora di gioco che viene interrotta di continuo, e con le squadre che dopo esser state rivoltate come un calzino cambiano inevitabilmente fisionomia, creando anche confusione in chi segue i match… Insomma negli ultimi anni pare si stia facendo di tutto per rovinare il tanto amato Calcio, che di questo passo rischia di trasformarsi in un altro Sport. Di certo non aveva torto Bill Shankly, storico allenatore del Liverpool, quando sentenziò: “The best thing that could happen to football is that nothing happens to it”. Ovvero, niente cambiamenti, niente break, per favore…

IL FILM DELLA FINALE

La Finalissima tra Argentina e Spagna è preceduta dalla contesa pirotecnica tra Inghilterra e Francia, valida per il 3° posto, che, in una giornata con le difese in gita turistica, vede imporsi al termine di un pazzesco ed inedito 6-4 i britannici di Tuchel, abili a tornare sul podio iridato dopo 60 anni esatti dal Titolo conquistato ai Mondiali casalinghi del ’66. Saka sigla una tripletta, ma forse il vero protagonista della sfida è però ancora lui, il francese Mbappè, autore di una doppietta che gli assicura in pratica il trono dei bomber di questa edizione – l’unico nella storia a vincere due volte la classifica cannonieri della Coppa – e forse persino la corona di Re all time dei goleador iridati (22 centri, uno in più di Messi, che però sarà impegnato nella Finale per il 1° e 2° posto).

Ma eccoci alla Finale di New York. Sin dall’inizio la Spagna prende le redini del gioco, con la sua solita manovra avvolgente con cui si è distinta nell’intera kermesse, ma a differenza delle precedenti partite si mostra incapace di proporsi in avanti con una certa pericolosità, limitandosi a qualche sporadica incursione nella trequarti avversaria che non impensierisce più di tanto l’Argentina, che dal canto suo, con un Messi impalpabile mai chiamato in causa dai compagni (sin troppo intenti a frenare l’avanzata spagnola), fatica a ribaltare il canovaccio dell’incontro. Il secondo tempo fila via in egual modo, con la noia che inizia a prendere decisamente il sopravvento. Quindi  all’alba dei supplementari, esattamente al 93°, Enzo Fernandez lascia in 10 la sua squadra a causa di una doppia ammonizione. È la svolta del match. La pressione, sin qui sterile degli spagnoli, si fa sempre più marcata, e lo sbocco naturale è il gol di Ferran Torres al 106°, che servito magistralmente da Nico Williams regala alla Spagna il secondo Iride della sua storia.

Il tabellino della Finale (con relativi voti)

SPAGNA-ARGENTINA 1-0 d.t.s.

SPAGNA (4-2-3-1) – Unai Simon 6; Pedro Porro 7, Cubarsi 7, Laporte 7 (98′ Eric Garcia), Cucurella 7; Rodri 6,5 (98′ Zubimendi), Fabian Ruiz 6,5 (62′ Pedri); Yamal 6,5, Olmo 6,5 (76′ Williams 7), Baena 6 (76′ Merino); Oyarzabal 5(62′ Ferran Torres 7,5). Ct. De La Fuente

ARGENTINA (4-4-2) – E. Martinez 7; Montiel 6 (58′ Molina), Romero 6,5 (70′ Medina 5,5), Li. Martinez 6 (44′ Otamendi 5,5), Tagliafico 6; De Paul 5 (70′ Giuliano Simeone 5), Enzo Fernandez 5,5, Mac Allister 6, Nico Gonzalez 4 (46′ Paredes 4); Messi 5, Julian Alvarez 5(102′ Senesi). Ct. Scaloni

ARBITRO – Slavko Vincic

MARCATORI – 106′ Ferran Torres

ASSIST – Nico Williams

AMMONITI – Li. Martinez, Paredes, Enzo Fernandez, Romero (dalla panchina), Scaloni (proteste), Mac Allister

ESPULSI – Enzo Fernandez, Paredes (a fine partita)

Infine qualche parola la spenderei sull’americanata dell’half time show. Trovo Imbarazzante persino dover commentare la trovata “geniale” di inserire un intervallo di ben 27 minuti tra il 1° ed il 2° tempo di una partita, per dare via ad uno show musicale. Tale pausa xxl non solo è stata lungi dall’impreziosire la Finale, ma l’ha in buona parte rovinata, ovvero prolungando sino alla noia un evento sportivo già molto duraturo di suo (tra Var, Cooling break, 5 sostituzioni ecc… una partita al giorno d’oggi dura un’eternità, e se poi ci aggiungiamo supplementari e rigori lo spettatore, specie quello alla radio o alla tv, rischia di finire in coma profondo…). Così la partita, iniziata alle 21:05, è terminata, fra show e ca**ate varie, alle 23, 58. Per non addentrarci più di tanto sulla questione regolamentare: uno spettacolo, infatti, per quanto possa essere gradito o meno, non può arrivare addirittura a cambiare le regole o le prassi consolidate dello sport, come la durata dell’intervallo, che dovrebbe essere sempre di 15 minuti. Insomma, per farla breve, tale show non si doveva fare, e spero vivamente che per il bene del Calcio rimanga un caso isolato. Affinchè un evento sportivo non si trasformi in una pagliacciata…

Classifica Cannonieri:

10 Mbappè (1 rig; Francia)

8 Messi (Argentina)

7 Haaland (Norvegia), Bellingham (Inghilterra)

6 Kane (2; Inghilterra); Dembelè (Francia)

5 Oyarzabal (1; Spagna)

4 Vinicius Jr (Brasile), Quinones (Messico), Sarr (Senegal)

I migliori Assistman:

7 Olise (Francia)

4 Messi (Argentina), Guimarães (Brasile), Mbappè (Francia),

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