(Alberto Sigona) – Modello ideale di poliedricità, il “Cannibale” sloveno è l’unico corridore universale del ciclismo odierno, per una versatilità che gli permette di entrare di diritto nella leggenda.(Foto Fraioli- Pogacar con la maglia di campione del Mondo)
Anche in questo 2025 lo sloveno Tadej Pogacar ha ribadito a caratteri cubitali di essere un corridore universale, l’ultimo rimasto in circolazione. Già, perché di ciclisti come lui se n’è da tempo disgregato lo stampo. Nell’arco degli ultimi 40 anni che avevano preceduto l’avvento dell’asso venuto da Komenda, infatti, erano stati veramente in pochi a cimentarsi con successo in varie tipologie di corse. In genere ci si specializzava nelle gare di un giorno o nelle corse a tappe, che a loro volta vedevano ramificare le propensioni dei partecipanti, tra chi prediligeva le frazioni consone ai velocisti e chi invece si trovava a suo agio in alta quota sulle rampe più dure. In questo quarantennio antecedente l’arrivo del talento sloveno, in sostanza soltanto il mitico Bernard Hinault era stato capace di mostrare una polivalenza concreta, evidenziata a dosi massicce attraverso i numerosi trionfi in ogni dove, su qualsiasi terreno e in qualunque modo, in pianura o in montagna, prodigandosi in fughe solitarie o in volate a ranghi ristretti. Il campione francese non avrebbe avuto nessun emulo, né coevo né tanto meno posteriore, se non qualche sporadica e goffa parodia, come quella che avrebbe visto protagonista l’italiano Vincenzo Nibali, forse l’unico che sia riuscito a ricalcare, seppur in maniera grossolana, il calco della leggenda transalpina, se non altro per la sua capacità non comune di conquistare tutte le corse a tappe più rinomate oltre ad alcune classiche monumento come la Sanremo o il Lombardia…
Il “rivoluzionario” di Komenda
Con le sue performance e le sue vittorie Pogacar ha rotto gli schemi, ha infranto le regole non scritte del ciclismo post moderno, riportando le lancette della storia ad un passato remoto che ritenevamo irripetibile. Egli ha riproposto la figura – che un po’ tutti ritenevamo scomparsa – del ciclista totale, capace di spingersi al di là dell’ordinario, idoneo a biforcare le proprie attitudini fra corse a tappe e gare di un giorno, cimentandosi magistralmente al Tour de France come al Fiandre, al Giro d’Italia come alla Liegi o al Lombardia, mantenendosi in auge praticamente durante l’intera stagione, in primavera come in estate, sino agli inizi dell’autunno. Il leader della UAE Team Emirates lo si può definire senza timori di smentite il modello inimitabile del corridore polifunzionale, l’archetipo del campione globale che non conosce limiti. Pogacar rappresenta tra l’altro l’ennesima riprova che ogni cosa sembra irrealizzabile sino a quando qualcuno non si prende la briga di attuarla. Ogni rivoluzione sembra impensabile o quasi improponibile sino a quando non arriva un sovversivo che trovi l’ardire di osare. E forse il merito più grande di Tadej in questi anni è stato proprio quello di avere avuto il coraggio del temerario, del rivoluzionario che non esita e che non teme le conseguenze delle sue azioni, che non fugge davanti a nulla e nessuno. Perché molto spesso il talento da solo non basta se non viene affiancato dall’audacia. Ce lo insegna la storia nella sua globalità. Anche lo sport, compreso lo stesso ciclismo. In effetti sono stati in tanti negli ultimi decenni a rinunciare ad esprimere in toto il proprio immenso valore, limitandosi per paura di fallire o di compromettere ambizioni e conquiste future. Basti pensare allo spagnolo Miguel Indurain, che magari vinceva a go-go (citiamo ad esempio 5 Tour consecutivi), ma quasi per forza d’inerzia, senza mai prodigarsi in vere imprese da far spellare le mani, centellinando regolarmente, sino alla noia, la propria potenza, disinteressandosi di sfruttare appieno le proprie facoltà. Alla Grande Boucle, tanto per fare un esempio, si limitava a soggiogare la concorrenza in occasione delle tappe a cronometro (che all’epoca fungevano da discriminante in chiave podio finale), per poi amministrare il vantaggio accumulato sui competitors nel prosieguo della corsa gialla. Non si ricordano di lui fughe da lontano, attacchi risoluti sulle montagne, eppure se solo avesse voluto… Esattamente l’opposto di Pogacar. Il Campione del Mondo 2024 è il classico esempio del talento che non si tira indietro, che non si risparmia, che non fa troppi calcoli, che non veste i panni del ragioniere. Lui agisce d’istinto, dando sempre (o quasi) tutto quello che madre natura gli ha dato, che per sua fortuna e per il beneficio degli amanti delle due ruote è davvero tanto. Ed il Tour de France appena relegato in archivio lo ha attestato ancora una volta. Per un trionfo che consente al “gigante” sloveno di calare uno storico poker alla corsa francese, e di entrare nella leggenda del ciclismo.


