(Rosario Murro) –Juventus-Atalanta non è stata soltanto una partita di calcio. Per qualche minuto, almeno, il pallone è rimasto sullo sfondo e a parlare sono stati i comportamenti, le appartenenze, la memoria e soprattutto il rispetto.
Prima dell’inizio della gara era previsto un minuto di raccoglimento per Sandro Mazzola, ex campione dell’Inter e della Nazionale italiana, figlio di quel grande giocatore del Torino Valentino Mazzola , scomparso venerdì. Un omaggio doveroso a un uomo che ha attraversato una parte importante della storia del nostro calcio. Ma una parte della curva bianconera ha scelto di voltare le spalle durante il raccoglimento, accompagnando quel momento con cori dedicati a Gaetano Scirea, altro grande calciatore della Juventus. e s
Il gesto riapre una domanda che il calcio italiano si porta dietro da tempo: dove finisce la rivalità e dove comincia il rispetto?
Il calcio, la Federazione, i club e gli stessi protagonisti di questo sport si sforzano da sempre di insegnare che si può essere avversari senza essere nemici. Che la maglia che indossi non dovrebbe impedirti di riconoscere il valore di chi ha indossato quella dell’avversario. E che esistono momenti nei quali la rivalità dovrebbe necessariamente lasciare spazio alla memoria.
Sandro Mazzola era una bandiera dell’Inter. Ma era anche un campione della Nazionale italiana e una figura della storia del calcio del nostro Paese. Ricordarlo non significava rendere omaggio all’Inter contro la Juventus. Significava ricordare un uomo e un calciatore che appartiene alla memoria sportiva italiana.
Allo stesso modo, Gaetano Scirea è una leggenda juventina, ma il suo nome è diventato patrimonio di tutto il calcio italiano. Quando si ricordano uomini come Scirea, Mazzola, Facchetti, Paolo Rossi o altri grandi campioni, il colore della maglia dovrebbe diventare unico , secondario rispetto alla storia che hanno contribuito a costruire.
E c’è un altro elemento che non dovrebbe essere trascurato: il comportamento di una parte della curva non può essere automaticamente attribuito a tutto lo stadio o a tutti i tifosi juventini. Anche perché, durante il minuto di raccoglimento, dagli altri settori sono arrivati applausi per Mazzola. La stessa Juventus ha successivamente sottolineato che non esiste rivalità capace di giustificare la mancanza di rispetto durante un momento del genere.
È una distinzione importante. Perché il calcio è fatto anche di curve, cori, sfottò, rivalità e appartenenza. Sono elementi che fanno parte della sua cultura e della sua storia. Ma proprio per questo è necessario sapere quando fermarsi.
La rivalità è sana quando esalta la propria squadra senza negare l’esistenza dell’altra. Diventa qualcosa di diverso quando impedisce persino di riconoscere il dolore, la memoria o il valore di chi non appartiene ai propri colori.
Girare le spalle durante un minuto di raccoglimento è, in fondo, una scelta. Così come è una scelta rispettare quel silenzio, anche quando il nome ricordato appartiene alla storia dell’altra squadra.
E forse il calcio dovrebbe insegnare proprio questo, sopratutto ai giovani che si avvicinano al gioco più bello del Mondo , non che bisogna amare l’avversario, ma che si può rispettarlo.
Perché domani toccherà a qualcun altro. Un altro campione, un’altra bandiera, un altro uomo. E in quel momento sarebbe bello che, per un minuto, non esistessero Juventus e Inter, Milan e Torino, Roma e Lazio, Napoli etc…
Esistesse soltanto il calcio.
E la memoria.


