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Il cyborg da battere. Questione di manico di Luca Mencacci

Iniziamo subito con il dire che il giro veloce in gara lo ha fatto Enea Bastianini in 1’31″107 alla velocità media di 165.3 km/h. Era il ventitreesimo di una gara che nonostante tutti i casini e un long lap penalty lo ha visto arrivare quarto a due secondi e due decimi dal terzetto dei primi.

Iniziamo da lui perché, a meno di miracoli contrattuali, sarà difficile rivedere la Bestia in rosso il prossimo anno e probabilmente sarà difficile rivederlo addirittura in sella ad una Ducati.

Alla Aprilia lo aspettano a braccia aperte e nel giro di due, tre settimane i giochi saranno fatti.

Il giro veloce del resto è l’unica nota stonata di un fine settimana che ha suonato la marcia degli eroi per celebrare un combattente vero che dimostra di volere ciò che merita. Jorge Martin alias Martinetor è tornato da Le Mans con una pole, una Sprint e un Gp. È implacabile, vuole il mondiale e vuole la Rossa con il numero uno davanti. Se Friedrich Nietzsche collaborasse alla scrittura di questa rubrica non esiterebbe a parlare di volontà di potenza.

Poche chiacchiere e gas spalancato. Lo ha già detto e lo ha già ripetuto. Se per ottenere ciò che vuole, dovrà vincerle tutte, si alzerà ogni mattina con la determinazione di chi sa di poterlo fare. Cattivo da mettere paura persino al Terminator vero.

La sua ossessione è la sua forza e forse il suo tallone di Achille, che non a caso era soprannominato piè veloce.

In questo inizio di campionato il suo ruolini di marcia appare devastante.

Gli ostacoli ai suoi sogni del resto sono solo due. Un campione e un fenomeno. Non si piacciono e questo potrebbe persino aiutarlo.

Ma sono pur sempre un campione e un fenomeno.

Del campione, siamo grandi tifosi, anche se un po’ incazzati.

Quella sua tranquillità ostentata ci fa ribollire il sangue. A lui succedono sempre le cose più assurde, nel bene come nel male, e la Sprint non sa neanche cosa sia. Tanto poi si esalta nel Gran Premio. Domenica però ha subito il primo duro colpo. Valentino Rossi all’indomani di Jerez aveva detto di lui: «Vorrei conoscere chi lo discute». Ma il Dottore è bravo con le parole almeno quanto con il polso. Sa benissimo che i malumori alimentano il paddock come la benza i motori. E se ha ritenuto di dover spendere parole pesanti per il suo pupillo, uno che poi aveva appena dato una sportellata old school al suo acerrimo rivale, vuol dire che sotto sotto c’è qualcosa che non va.

In discussione non c’è la sua sella – ha un contratto firmato – ma gran parte del suo prestigio di campione autentico. Se finisse secondo sarebbe un problema. Terzo un disastro.

Del fenomeno, non siamo proprio entusiasti, tanto per usare un eufemismo.

Epperò, tutt’attaccato per meglio sottolineare il concetto, bisogna riconoscere che è un fenomeno. Adesso i più esperti di voi diranno che la scorsa stagione il Bez aveva già vinto due volte, mentre lui ancora no. Però, è uno che in pochi mesi è passato dall’ipotesi del ritiro a guardare di nuovo la possibilità di vincere il mondiale. È uno che fino all’altro ieri guidava una moto che sembrava una superbike, e neppure una delle migliori. Ora invece si sta ancora adattando alla guida di un razzo. Per di più usato, rispetto a quelli nuovi di zecca della concorrenza. È uno che parte in griglia tredicesimo, leggasi tredicesimo, e arriva due volte secondo.

È uno che scende dalla moto e ride alla grande perché è contento di aver ritrovato se stesso. Soprattutto è uno che quando ride mostra i denti di uno squalo che ha fiutato il sangue delle sue prede.

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