Lo ammettiamo! Dopo gli ultimi giri del Gran Premio di Jerez de la Frontera, eravamo troppo stanchi per scrivere questa rubrica da soli. Erano dai tempi delle discese di Alberto Tomba che non ci capitava di contare i probabili secondi che mancavano all’arrivo e l’accelerazione del battito cardiaco è stata snervante. La vecchiaia incalza. Così, come è ormai diventato di moda, ci siamo affidati ad una delle tante intelligenze artificiali che vivono sul web per confrontarsi su un tema che da anni ci assillava. Ovvero sulla possibilità di misurare il valore di un uomo. E lei, la sapientona, prontamente ci ha risposto.
«Misurare il valore di una persona è una questione complessa e soggettiva, poiché il concetto di valore può variare ampiamente da individuo a individuo e da contesto a contesto.
Non esiste un criterio universale o oggettivo per valutare il valore di una persona, poiché il valore può essere interpretato in molti modi diversi e dipende da una serie di fattori soggettivi, tra cui valori personali, esperienze di vita, relazioni interpersonali e contributi alla società.
Alcuni potrebbero considerare il valore di una persona in base ai loro successi professionali, alle loro realizzazioni accademiche o alle loro ricchezze materiali. Altri potrebbero valutare il valore di una persona in base alla sua gentilezza, alla sua empatia e al suo impegno nel sostenere gli altri. Altri ancora potrebbero valutare il valore di una persona in base alla sua integrità, al suo coraggio e alla sua capacità di perseverare nonostante le avversità.
In ultima analisi, il valore di una persona non può essere ridotto a un singolo parametro o misura. Ognuno di noi porta con sé una vasta gamma di esperienze, qualità e tratti unici che contribuiscono alla nostra identità e al nostro valore come individui. Pertanto, è importante riconoscere la complessità e la diversità del concetto di valore e trattare ogni persona con rispetto, dignità e compassione».
Bla, bla, bla! Tante belle parole. Non c’è che dire. Ma sostanzialmente vaghe quanto inutili. Soprattutto per noi che dividiamo l’umanità in due, la larghissima maggioranza che va a piedi al bar a parlare di un gruppo di fessi in mutande che inseguono un pallone e una ristretta minoranza, una specie eletta, che folgorata sulla via di Damasco, ha abbandonato il cavallo per salire in moto e ha così incominciato a frenare sempre più tardi ed accelerare sempre prima nel prometeico tentativo di inseguire l’immortalità.
Ancora una volta dopo tante sterili quanto presuntuose ricerche filosofiche è stata la strada, o meglio la pista a darci la risposta che tanto aspettavamo.
Dalla scorsa domenica la misura del valore sarà semplicemente 1:37.449! Ovvero un minuto, trentanove secondi e quattrocentoquarantanove millesimi, il tempo record registrato da Pecco Bagnaia al terzultimo giro di gara. Questo dopo aver superato due avversari in un’unica staccata al primo giro, dopo essersi incollato al codone della Panigale di Martin sino ad indurlo all’errore, – lui dice il contrario, ma ogni volta che è in testa e Pecco gli soffia sul collo, come a Sepang nel 2022 e a Mandalika nel 2023, casualmente cade -, dopo aver subito il ritorno di un arrembante Marquez, – il fenomeno che ormai guida una Ducati usata come i prototipi Honda dei bei tempi andati – , e, dulcis in fundo, dopo avergli piantato la ruota anteriore su una spalla in un controsorpasso, tanto per puntualizzare meglio alcune questioni ancora irrisolte tra i due.
Un minuto, trentanove secondi e quattrocentoquarantanove millesimi al terzultimo giro di gara.
Soprattutto in un weekend dove aveva iniziato racimolando solo il settimo posto in griglia di partenza e subendo nella Sprint una violenta quanto assurda sportellata da quel mastino di Binder, che, per carità ci piace da matti, però ogni tanto andrebbe anche un pochino tenuto al guinzaglio. Mi scuso co gli amanti degli animali, volevo scrivere sanzionato.
Un minuto, trentanove secondi e quattrocentoquarantanove millesimi al terzultimo giro di gara.
C’è qualcosa di strano in quel ragazzo. Qualcosa che inevitabilmente finisce per attrarre. Mostra tutte quelle caratteristiche del genio italico, quasi caravaggesco che te lo fa amare e odiare allo stesso tempo. Tra giornate perse nella mediocrità dei bassifondi della griglia come delle taverne e perentori lampi di luce che sfidano il senso stesso della eternità. Bagliori accecanti che cristallizzano il tempo in pista come sulla tela.
Un minuto, trentanove secondi e quattrocentoquarantanove millesimi al terzultimo giro di gara.
Ma il mondiale è ancora lungo.
Non deve trarre in inganno il gesto affettuoso di Martin con la sua ragazza, pochi minuti prima di partire. Lo spagnolo quest’anno è un cyborg. Che che ne dica, appare un tutt’uno con la sua 2024. È inesorabile e velocissimo.
Né devono distrarci la messe di sorrisi e abbracci che ha distribuito Marquez nel dopo gara. Il fenomeno è tornato ed è uno che non si accontenta delle comparsate. Vuole vincere e vincerà e, ci scommettiamo, lo farà restituendo i colpi ricevuti. Del resto si è tornati a correre «come ai vecchi tempi». Parole sue.
Ci sarà da soffrire e da godere. Tanto

