Sfondo scuro Sfondo chiaro

Italia ancoira fuori dal Mondiale. Una Nazionale inqualificabile

(Alberto Sigona) – La Bosnia ci supera ai rigori nella Finale Play-off: l’Italia per la terza volta di seguito fallisce la qualificazione iridata, “impiantandosi” in pianta stabile in quella che ormai è diventata una stasi di mediocrità. E di mediocre età…

Il fallimento del 2018 sembrava un drammatico caso isolato. Oggi mancare l’accesso ai Mondiali è diventata una consuetudine. Deprecabile ma vera…

L’Italia per il terzo Mondiale di calcio di fila starà mestamente alla finestra ad osservare da spettatrice disinteressata le prestazioni altrui. Sembra diventata una maledizione, ma siamo veramente diventati… inqualificabili.

Il capitombolo fragoroso che sul finire del 2017 c’impedì di prendere il volo per “Russia 2018”, mancando l’appuntamento iridato dopo 60 anni di presenza costante nell’élite del calcio planetario, ai più era sembrato un drammatico ma isolato incidente di percorso, di quelli che possono capitare anche alle potenze sportive, persino alle rinomate Nazionali come l’Italia, una disavventura che presto avremmo dimenticato, e che sarebbe stata sommersa da una catasta di risultati encomiabili che di lì a poco avrebbe confinato il doppio match con la Svezia tra i capitoli più esili delle nostre reminiscenze, da relegare tuttalpiù alla voce “Statistiche”. In realtà la nostra assenza dalla massima rassegna intercontinentale sarebbe diventata negli anni una pessima abitudine. Non più una perdonabile eccezione ma un deprecabile stile di vita. Per una Nazionale che in questi ultimi 8 anni ha dilapidato gran parte di quel patrimonio di stima e di storia accumulato in numerosi decenni di onorata militanza sul palco scenico del Calcio. Una Nazionale incapace di spezzare una sorta d’incantesimo che la tiene regolarmente lontana dalla manifestazione più ambita, quella che sino al 2014 (era il Mondiale in Brasile) avevamo sempre ottenuto, se si eccettua l’edizione nefasta del 1958 tenuta in Svezia, quella che, per intenderci, tenne a battesimo il Brasile del divino Pelè. Praticamente da sempre la nostra qualificazione era stata assimilata ad una routine, a poco più di una mera formalità. La partecipazione alla Coppa del Mondo era costantemente data per scontata, la nostra presenza era ritenuta un fatto assodato, senza porci troppe domande, senza chiederci i “perché” o i “per come”. L’Italia “era” ai Mondiali ancor prima di giocare le partite del girone eliminatorio. Esserci era ritenuto normale, una certezza acquisita sin dal principio, sin dalle origini. Per abitudine. Per diritto di araldica, per blasone, per nobiltà. Perché eravamo l’Italia. Punto e basta. Senza se e senza ma. Non era contemplato nient’altro. Poi a rimettere in discussione le nostre certezze ataviche, trasformando la normalità in miraggio, sarebbe arrivato l’inciampo imprevisto del famigerato 2014, la Svezia e tanti saluti ai sogni di gloria ed ai diritti precostituiti. Fu lì che iniziò la svolta in negativo. Fu lì che iniziò la nostra lunga involuzione che ci avrebbe condotti dove siamo oggi. All’indomani del mortificante k.o. con gli scandinavi si parlò di una caduta inattesa, di un malaugurato intoppo, di malefiche congiunzioni astrali. Comunque di una deroga transitoria alla prassi consolidata, a cui verosimilmente si sarebbe rimediato nel più breve tempo possibile. All’epoca in pochi l’avrebbero immaginato, ma in realtà, quello che doveva essere un’anomalia più unica che rara nel sistema, era stato invece il punto di non ritorno (almeno non in tempi brevi) del nostro Calcio. Non si trattava perciò di un evento singolare ed irripetibile, e nemmeno del punto più basso raggiungibile dal football di casa nostra, ma, pur inconsapevolmente, ci eravamo trovati innanzi all’inaugurazione di un nuovo corso nefasto dalla durata lunga ed indefinita, una mediocre età di cui non si intravede ancora il punto più oscuro e profondo del baratro.

In questi 8 anni abbiamo subito una netta trasfigurazione, transitando dall’apogeo al buio più tetro. Dopo la debacle imprevedibile del 2014 sarebbe arrivata la sensazionale batosta del 2018, fatti ignominiosamente fuori dalla modestissima Macedonia del Nord. Quindi ieri notte ci siamo inchinati al cospetto della non irresistibile Bosnia. Per la seconda volta di seguito le nostre ambizioni sono naufragate a causa di avversari tecnicamente inferiori. Il che la dice lunga sul livello medio-basso toccato dalla nostra Nazionale. E soprattutto acuisce i rimpianti, rinvigorisce le critiche ed inasprisce gli animi di chi non si capacita di rimanere anche stavolta con le pive nel sacco.

In questo arco temporale abbiamo cancellato la nostra tradizione, deturpato il nostro appeal, offuscato la nostra storia. Demolito le nostre ambizioni. Per entrare in una nuova dimensione, molto più angusta, molto meno appariscente, decisamente più consona al nostro nuovo status precario. Ormai non giochiamo un Mondiale da 12 anni (e nel 2030 diverranno inevitabilmente 16). Un lasso di tempo mostruoso. Un’intera generazione di tifosi è cresciuta senza poter vivere l’emozione di giocarsi un Titolo iridato. Una striscia nera interminabile di delusioni, di infelicità, di vergogna. Inframezzata da un Titolo Europeo (2021) che rivedendolo oggi ci appare quantomai incredibile. Quasi un intruso in mezzo a tanta malagrazia. Uno squarcio di luce in cotanta notte che sembra non finire mai. Per un’alba che non vuole saperne di scoprire il velo del nuovo giorno del calcio italiano. Un calcio italiano che oggi appare più che mai avvilito, screditato, umiliato. Per una Nazionale diventata irriconoscibile, rimpicciolita, smunta e apatica. Una Nazionale semplicemente… inqualificabile.

Articolo precedente

Italia eliminata dai Mondiali: Galliani punta il dito sul sistema

Articolo successivo

Comunicato stampa- Calcio, Assoutenti: dopo disfatta Italia serve intervenire su vertici Figc