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Antonelli, Enrico Bertaggia a Famiglia Cristiana: «Ecco come ho suggerito ai suoi genitori il nome “Kimi”»

Dalla cena tra amici a Riccione nell’estate del 2006 all’intuizione di un nome destinato a entrare nella storia della Formula 1, nel numero da domani in edicola di Famiglia Cristiana, l’ex pilota racconta come nacque il soprannome del campione e svela i retroscena del suo talento.

«Era l’estate del 2006», racconta in una intervista a Famiglia Cristiana Enrico Bertaggia, ex pilota, che oggi gestisce una pista di driving experience a Las Vegas, storico amico della famiglia Antonelli, ma soprattutto l’uomo che ha ispirato ai genitori del fresco campione del mondo di Formula 1 il secondo nome, “Kimi”, con cui ora lo chiama tutto il mondo.

«Eravamo in vacanza a Riccione», ha confidato al settimanale della Periodici San Paolo, prima di ragionare dei retroscena tecnici, attitudinali e di contesto che stanno alla base del precoce successo, «tra le chiacchiere rilassate di una cena tra amici, con Marco e Veronica, la mamma di Kimi, molto avanti nella gravidanza, tanto che si scherzava sul fatto che sembrava ci fosse un casco in quel bel pancione così grande e rotondo. Nelle chiacchiere domandai: “Ma se nasce un futuro pilota come lo chiamiamo?”. Marco rispose: “Non so, tu che dici?”. Io azzardai: “A me piace Kimi” – il nome proprio di Raikkonen, nel 2007 poi ultimo pilota Ferrari a vincere il Mondiale -, è corto e suona bene con un cognome lungo”. Non avrei mai indicato nomi come Ayrton, mi sarebbe parso oltraggioso – il riferimento è a Senna morto nel 1994 a Imola -, Kimi invece mi piaceva davvero. Il papà ha approvato, la mamma non era per niente convinta: “Ma che nome è? Ma dai, io lo voglio chiamare Andrea”. Ne abbiamo riso. Non ho meriti, hanno deciso loro, dopo, da soli».

«Avrei voluto andare in Messico», per il Gran Premio in cui Antonelli ha matematicamente vinto il Mondiale, «ma non sono riuscito per problemi di visto. Ma Kimi verrà per il Gp di Las Vegas e allora festeggeremo», racconta ancora Bertaggia da sempre in contatto con il campione.

Convinto che il suo valore aggiunto sia nella famiglia, non si dice sorpreso della rapida crescita: «Anche adesso che sono tutti sorpresi e vedono solo il genio del volante, io vedo ancora la persona: la sua capacità di adattamento è una forma di intelligenza, è un ragazzo che ascolta e impara.

Ma un talento così nasce ogni 10 anni. Gli auguro di vincere almeno dieci titoli mondiali, solo allora sarò soddisfatto (ride) e anche di guadagnare bene, perché no? Ma più di tutto di non cambiare mai la bella persona che è».

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