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L’italia esulta! Andrea Kimi Antonelli conquista il titolo iridato di formula 1!

(Alberto Sigona) – UN TRIONFO EPOCALE. del giovane d’oro della Mercedes. Il pilota riporta a casa nostra un successo che latitava da ben 73 anni

Da tempo immane nel tifoso italiano la pazienza ormai aveva ceduto il posto alla remissività. Così era sopraggiunta una vera e propria rassegnazione. Come se non vi fossero alternative. La speranza risultava sotterrata da generosi cumuli di frustrazioni, amarezze ed aspettative mal riposte. Vedere un pilota nostrano competere ad alti livelli non era più un’opzione da prendere in considerazione. Figurarsi immaginarlo in lotta per il Mondiale o addirittura vincerlo. Quest’ultime erano ipotesi neppure lontanamente concepibili, destinate a rimanere confinate negli anfratti più oscuri della psiche umana. L’eventualità di vedere un driver italiano svettare non trovava asilo neanche nelle fenditure più remote delle nostre fantasie. In effetti l’ultimo trionfo italiano in un Campionato di Formula Uno risaliva al remoto 1953. In quell’anno James Watson e Francis Crick pubblicavano sulla rivista Nature la loro ricerca che descriveva la struttura a doppia elica dell’acido desossiribonucleico, ovvero il DNA; Elvis Presley incideva il suo primo singolo dal titolo My Happiness; negli USA veniva messo sul mercato il primo televisore a colori. Di quel successo si sarebbe quasi perso il ricordo, col Titolo di Alberto Ascari che ad un certo punto sembrava appartenere alla preistoria dell’automobilismo. Un’epoca in cui la protagonista assoluta era stata proprio l’Italia, che coi propri piloti (e le proprie vetture) dominava il pianeta delle quattro ruote. Tuttavia i fasti dorati sarebbero durati poco e ben presto il valore inestimabile del nostro tricolore avrebbe subito un deprezzamento tale da oscurare i bei tempi andati, e di quell’aura leggendaria ne sarebbe rimasto soltanto il rimpianto, la nostalgia e la testimonianza di chi ebbe la fortuna incomparabile di viverla in prima persona. Nel prosieguo degli anni, infatti, si sarebbero alternati sulle varie monoposto pochissimi piloti d’alto lignaggio (pensiamo a Patrese, Alboreto…), e la lotta ai vertici non li avrebbe quasi mai coinvolti. L’unico nostro motivo di vanto rimarrà l’ambito Costruttori, con la Ferrari che si confermerà la protagonista indiscussa della F1, ma quanto ai piloti il reflusso inaugurato già sul finire degli Anni Cinquanta continuerà incessantemente, sino a perpetuarsi, e nel terzo millennio ci si addentrerà nel baratro di qualsivoglia aspirazione. Gli italiani dapprima si ridurranno a recitare la parte dei comprimari, limitandosi a qualche comparsata qua e là, poi col passare del tempo risulteranno dispersi in un cono d’ombra dalla profondità sconfinata. Sicché pretendere un driver azzurro ai vertici della F1 diventerà quasi un oltraggio al buon senso, e la maggioranza dei tifosi e degli esperti si guarderà bene dal prendere in considerazione l’evenienza di un ritorno di un pilota nostrano tra i piani alti delle quattro ruote. Come se ciò fosse ormai precluso da qualche legge non scritta. Come se a priori non potesse più appartenerci. Per una situazione che pareva destinata a rimanere immobile come il panorama di una fotografia. Una fotografia desolante che descriveva al meglio lo stato pietoso in cui versava il nostro parco piloti. E se qualche inguaribile ottimista si azzardava a paventare, seppur timidamente, qualche teoria che andasse in contrasto col pensiero dominante che voleva l’Italia scomparire progressivamente dai radar, rischiava di venire additato come l’alienato di turno. O, nella migliore delle ipotesi, veniva designato come un incompetente, tra sorrisi ironici e compassionevoli. Insomma, rivedere un italiano sedere tra gli aristocratici dell’automobilismo era come immaginare un cammello passeggiare beatamente sul Monte Bianco: praticamente impossibile.

Ma la storia c’insegna che nulla è per sempre, e pertanto ogni epoca, per quanto possa apparire infinita, prima o poi è destinata a confluire alla foce. A diradare le nubi che oscuravano da 73 anni la nostra epopea ci ha pensato il bimbo prodigio della F1, Andrea Kimi Antonelli. Dopo un’eternità il driver bolognese della Mercedes ci ha permesso finalmente d’infrangere un vero tabù. O, se preferite, di rompere una sorta d’incantesimo volto a precluderci la gloria. Il pilota emiliano si è laureato Campione del Mondo al termine di una stagione stradominata sin dal principio, stabilendo una sequela di record che a menzionarli tutti rischieremmo di fare notte. I principali ed i più significativi della sua “stazza” da campione riguardano la sua precocità. Alla sua età (ha iniziato il 2026 da 19enne, adesso ha poco più di 20 anni) in genere un pilota non osa nemmeno ambire a sedere su di una monoposto di F1. Lui, facendosi beffe di ogni canone e di qualsivoglia preconcetto, è andato ben oltre ogni ragionevole aspettativa. Nonostante sia ancora giovanissimo, Antonelli ha conquistato addirittura il Titolo, per di più atteggiandosi da veterano, tecnicamente ma anche mentalmente, evidenziando una insospettabile maturità sotto ogni profilo. Sebbene sia soltanto alla seconda stagione nella “Serie A” dell’Automobilismo, il talento nato nel 2006 è riuscito a prevalere sulla concorrenza senza mostrare alcun limite, senza evidenziare pecche rimarchevoli, ma palesando una consapevolezza ed una padronanza di sé che sino a pochi mesi fa nessuno avrebbe mai inserito in preventivo. Tra l’altro Kimi non ha avuto nemmeno quei classici timori reverenziali che alla sua età, considerando anche il contesto, sarebbero stati pure comprensibilissimi, e che spesso frenano l’ascesa dei fuoriclasse in erba. Non dimentichiamo, infatti, che il nostro driver aveva l’ingrato compito di raccogliere l’eredità di un 7 volte iridato (Lewis Hamilton), e di misurarsi nel suo team con un compagno del livello di George Russell, non certo un novizio delle quattro ruote… Ebbene, il pilota italiano non ha fatto rimpiangere il primo e non ha temuto il confronto col secondo. Da autentico predestinato ha saputo valicare ogni ostacolo, da quello anagrafico a quello gerarchico. E lo ha fatto con una naturalezza (e forse con una sana incoscienza) che adesso tutto il circus gli invidia.

Con lui l’Italia ha trovato finalmente il proprio redentore. Con l’auspicio che possa aprirsi una nuova era. Un’era di felicità e di tripudio.

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