Sfondo scuro Sfondo chiaro

Storia del Tour : 1956 Walkowiak l’uomo che non ti aspetti

La 6^ puntata a cura di Alberto Sigona , racconta il Tour de France con le grandi gesta di ciclisti rimastio nella storia.

Il Tour de France 1956, in assenza di veri campioni, vide prevalere a sorpresa un outsider di 29 anni, il francese Roger Walkowiak, che seppe approfittare della penuria di big per regalarsi il momento più alto della sua carriera. Inseritosi durante la 7^ tappa in una fuga di gruppo (assieme, tra gli altri, al connazionale Gilbert Bauvin) apparentemente senza pretese, il nativo di Montluçon si ritrovò inaspettatamente il leader della corsa, e, in virtù dei tanti minuti guadagnati sui migliori, nel prosieguo della competizione, pur perdendo la leadership, avrebbe continuato a lungo a stazionare in posizioni altolocate di Classifica. Si sarebbe confermato tra i migliori anche dopo la temibile 17^ tappa (che dopo la scalata di diverse montagne illustri conduceva a Torino), ergendosi al 2° posto in graduatoria, a 4’27” dall’olandese Wout Wagtmans (reduce da due fughe bidone, 7^ e 14^ tappa), che a quel punto sembrava il favorito per il successo finale. Ma in pochi avevano fatto i conti con le insospettabili qualità di arrampicatore del corridore francese. Questi, infatti, nella 18^ tappa, Torino-Grenoble, rifilava ai principali rivali notevoli distacchi, compreso Wagtmans. La maglia gialla tornava così sulle spalle di Walkowiak, che così, nella fase finale e decisiva del Tour, poteva gestire 3’56” sul connazionale Gilbert Bauvin (anch’egli reduce da 2 fughe di gruppo, 7^ e 10^ tappa). Alla vigilia dell’ultima tappa impegnativa, una crono di 73 km, il vantaggio scendeva a 3’26”, un margine che rimaneva tutto sommato rassicurante. Alla fine, pur con qualche apprensione, Walkowiak avrebbe conservato la vetta della Generale, trionfando con 1’25” su Bauvin e 3’44” sul belga Jan Adriaenssens. Una vittoria entrata a suo modo nella storia del Giro di Francia. L’Italia si aggiudicò 6 tappe: 3 con Nino Defilippis, 1 con Arrigo Padovan, Alessandro Fantini e Gastone Nencini. Fra gli sprinter si mise in risalto il francese Roger Hassenforder (con 4 vittorie di tappa). Lo spagnolo Miguel Poblet dal canto suo, aggiudicandosi l’8^ frazione, diventò il primo corridore della storia ad imporsi nello stesso anno in almeno una tappa dei tre Grandi Giri (Tour de France, Giro d’Italia, Vuelta a Espana): in futuro vi riusciranno soltanto Pierino Baffi (1958) ed Alessandro Petacchi (2003). Tornando a Walkowiak, in seguito non seppe confermarsi né al Tour (dove rimane l’unico corridore ad averlo vinto senza vantare nemmeno una tappa alla Grande Boucle) né in altre corse meno impegnative e importanti, così in dieci anni da professionista avrebbe ottenuto solo una decina di successi.

1957 HA INIZIO L’EPOPEA DI ANQUETILNel 1957 ha inizio l’epopea del francese Jacques Anquetil, che col tempo si mostrerà il degno erede di Bobet. In un Tour senza grandi favoriti, Jacques a soli 23 anni (all’esordio alla Grande Boucle) primeggia a redini basse (4 tappe per lui), rifilando distacchi imponenti ai principali concorrenti, ad iniziare dal belga Marcel Janssens, che terminerà ad un quarto d’ora dal normanno, precedendo a sua volta Adolf Christian (primo ed ultimo austriaco a salire sul podio). Il modus operandi del campione della Senna Marittima nelle grandi corse a tappe rimarrà inalterato per tutto il corso della carriera, ovvero costruiva i suoi successi grazie al suo strapotere a cronometro (non per niente sarebbe stato soprannominato “Monsieur chrono”), per poi nel prosieguo della competizione difendere (o persino rimpinguare) il cospicuo vantaggio accumulato sulla concorrenza. L’Italia in questo primo Tour battezzato da Anquetil vinse 6 tappe equamente divise fra Gastone Nencini (reduce dal trionfo al Giro d’Italia), Nino Defilippis e Pierino Baffi (la frazione Pau – Bordeaux conquistata rifilando 21’48” agli inseguitori: quasi un record!).

1958 IL CAPOLAVORO DI CHARLY GAUL
Quello del 1958 fu un Tour atipico e soprattutto entusiasmante, uno di quelli destinati a divertire la gente come non mai per lo spettacolo e l’imprevedibilità, al contempo scardinando ogni certezza e consuetudine. Un Tour che ci fa ricordare come a volte il Ciclismo sappia trasformarsi in un avvincente romanzo d’avventura. I favoriti della vigilia, il francese Anquetil ed il lussemburghese Gaul, sin dalle prime battute non sembrano in grandi condizioni. Ne approfitta in primis Vito Favero. L’italiano, partito nelle vesti di semplice gregario di Gastone Nencini, grazie a tre grandi fughe da lontano in tappe “soft” (la 3^, Dunkerque – Le Tréport, la 6^, Caen – St. Brieuc, e la 9^, Quimper – Saint-Nazaire), che gli avevano garantito un posto confortevole in Cl. Generale con un solido margine sui big, ed alla sua inattesa competitività mostrata sulle grandi montagne, dopo 14 frazioni riesce a conquistare persino la maglia gialla, con 27” sul francese R. Geminiani (anch’egli protagonista di sorprendenti sortite di gruppo) ed oltre 4′ su tutti i migliori del peloton, mentre i favoriti della vigilia, tra cui Anquetil, sembrano ormai fuori gioco. Quanto a Gaul, trovandosi a ben 10’41” non è più ritenuto in lizza nemmeno per il podio…. Tuttavia la 18^ tappa rimette clamorosamente tutto in discussione. Nella cronoscalata del Mont Ventoux, infatti, Gaul, di cui ormai nessuno sembra curarsi più di tanto, mette il turbo, rifilando ai rivali distacchi abissali (ne fa le spese persino uno specialista come Anquetil, giunto a 4′), compreso Favero, che perde 8′ dall’asso lussemburghese. Nella Generale adesso comanda Geminiani, con 2 minuti sull’italiano e 3’43” su Gaul, che a questo punto, viste le potenzialità, sembra il vero favorito per la vittoria finale. Ma, come nelle migliori trame cinematografiche, i colpi di scena non sono ancora finiti… Così al termine della tappa successiva di media montagna (Carpentras – Gap), Favero si ritrova ulteriormente distanziato in classifica dal leader francese, che adesso gli dà in Graduatoria 3’17”, ma il corridore azzurro a sua volta vede precipitare Gaul (dopo esser stato alle prese con problemi meccanici) ad oltre 12 minuti da sé. Per un divario mostruoso che stavolta sembra porre una pietra tombale sulle aspirazioni sfarzose del grimpeur venuto dal Benelux. Tutto finito? Macchè! In pochi lo possono immaginare, ma in realtà “L‘Angelo della montagna” ha in serbo qualcosa di “biblico”, regalandosi un epilogo destinato a rimanere inciso perennemente nella leggenda dello sport. Alla 21^ tappa, che porta la carovana da Briançon a Les Bains, infatti, in una giornata dalle condizioni climatiche pessime (sotto una pioggia gelida), compie un’impresa epocale d’altri tempi, vincendo in solitario, dopo aver scalato Lauteret, Luitel, Porte, Cucheron e Granier, con 7’50” sul belga Adriaenssens e 10’09” sul terzo classificato, ovvero Favero. Quest’ultimo riesce a riprendersi la maglia gialla (+39” su Geminiani), ma paradossalmente si appresta a perdere il Tour. Il vantaggio sul più temibile degli avversari, Gaul, è infatti tutt’altro che rassicurante, cioè di soli 67 secondi. E l’ultima cronometro in calendario, di ben 75 km (con arrivo a Dijon), non lascia che flebili speranze al nostro portacolori. Il lussemburghese, come da copione, vince la tappa (la quarta di questa edizione), rifilando 3’17” a Favero, che non può far altro che tirare giù il cappello davanti alle gesta mitiche del lussemburghese, che a Parigi precederà l’azzurro (nell’unica volta in carriera che terminò la Grande Boucle) di 3’10” e Geminiani di 3’41”. L’Italia ad ogni modo si consolò con le 5 tappe conquistate grazie a Pierino Baffi (3), Arrigo Padovan e Gastone Nencini, nonché con i 6 giorni trascorsi in giallo dallo stesso Favero. Tra i protagonisti del Tour da segnalare lo sprinter francese André Darrigade, 5 tappe per lui. Tornando al trionfo epico di Gaul, lo possiamo ritenere uno degli ultimi exploit sensazionali nella storia del Tour de France. Col tempo, infatti, le occasioni per simili imprese sarebbero sensibilmente diminuite, per via dell’evoluzione tecnica e organizzativa cui sarebbe andato incontro il Ciclismo, sempre meno affidato al caso o alle abilità individuali, e sempre più legato ad una preparazione mirata e persino maniacale, il che avrebbe permesso prestazioni più equilibrate tra i partecipanti, ormai da considerare veri professionisti della strada.

Alberto Sigona

Articolo precedente

Fascicolo chiude a Monza la stagione del CIGT Sprint