Matti da legare e da amare .Lunedi 29 maggio è partita l’edizione numero 102 del Tourist Trophy e, sono proprio costretto ad ammetterlo, la cosa mi piace da matti.
Lo so. Può sembrare del tutto contraddittorio amare il T.T. e poi lamentarsi della brutta piega che, soprattutto in Motogp, le gare di moto stanno prendendo in termini di rischio e aggressività. Però non è proprio così. O almeno mi voglio illudere che non sia così.
Correre in pista per il mondiale è una faccenda che riguarda dei professionisti, persone magari con non tutte le rotelle a posto, ma sempre persone che hanno scelto come lavoro la nostra passione.
Correre il T.T. è tutta un’altra cosa. Superare le 135 miglia orarie di media tra i marciapiedi, i muretti e le scarpate del Mountain Course è una questione da malati mentali. Ovvero da sportivi dell’estremo, dove l’errore significa sempre l’infortunio, spesso la morte. In 125 anni sono scomparsi 156 piloti, 256 se calcoliamo anche gare come la Manx GP o il Classic TT.
Gareggiare in pista significa superare altri piloti. Partecipare al T.T. significa sfidare i propri demoni.
Se corri per lavoro, la gara è come un duello tra gentleman. Con regole precise, quelle scritte e quelle non scritte, ma comunque sempre da rispettare. Se corri il T.T. sei alla ricerca di qualcosa dentro te stesso, di motivazioni irrisolte, di una inquietudine esistenziale che pretende di trovare soddisfazione.
Certo ci sono record e premi. Joey Dunlop ha vinto 26 gare prima di morire in una gara su strada che si svolgeva a Tallinn in Estonia. Ma si gira al T.T. essenzialmente per se stessi e contro se stessi, come se sfidare la morte mettesse a tacere quelle pulsioni autodistruttive che infestano la propria psiche e che ti portano a disgustare la quotidianità.
Tuttavia, ridurre il T.T. ad una pura questione di impulsività e narcisismo significa non comprendere esattamente cosa spinge un uomo a salire su una moto, un attrezzo curioso che sta in equilibrio grazie alla velocità.
Che ci piaccia o no, il profilo psicologico dei motociclisti si alimenta più o meno inconsciamente, ma costantemente del fascino subdolo della sfida alla dea bendata, della perversione masochistica dell’incontro con l’infortunio, dell’appuntamento scampato con la dama nera.
Basti pensare alle serate alcoliche dove rinvanghiamo con la solita esagerazione le imprese della nostra carriera. Come dei soldati che misurano il proprio coraggio dal numero delle proprie ferite, i veri motociclisti passano il tempo a vantarsi di quello che via via sono riusciti a fratturarsi e soprattutto di quella volta in cui sono usciti veramente miracolati da un incidente. Si esibiscono con orgoglio tute di pelle consumate e strusciate a testimonianza del proprio carattere duro e impavido. Perché quello che conta non è cadere ma rimontare in sella.
Pochi ricordano il gran numero di vittorie di Barry Sheene, ma tutti il terribile volo sulla parabolica di Daytona, dove il campione inglese si frattura ogni osso fratturabile. E poi l’amputazione del dito al Paul Ricard, di nuovo la frattura ad entrambe le gambe a Silverstone. Solo per citare gli incidenti più famosi. Aveva tante placche e viti in corpo che all’aeroporto, insieme al passaporto, mostrava anche le radiografie per superare i controlli del metal detector.
Coltiviamo la malsana idea che, caricare la signora in nero che fa l’autostop, renda più autentica la vita reale e ce ne vantiamo. Non solo quando esageriamo per stare dietro, curva dopo curva, a quel bastardo che, in piega davanti a noi, riesce a strusciare anche il ginocchio opposto. Ma soprattutto quando ci fermiamo in autostrada, agli autogrill, solo per abbassare la media del tutor e guardiamo quelle famigliole stereotipate nei loro enormi, iperprotettivi suv.
Potremmo anche esseri i motociclisti più fermi della storia delle due ruote, quelli che delle loro due ruote sfruttano appena il 20 per cento anche sul dritto, ma lo sguardo di disprezzo nei loro confronti ci accomuna tutti inevitabilmente.
Perché loro stanno spostando i loro corpi freschi e rilassati, grazie all’aria condizionata e allo stereo. Imbalsamanti prima del tempo nei loro sarcofagi di lamiera. Noi invece, accaldati nelle tute di pelle ed esausti per l’ultima tirata, stiamo masturbando la nostra anima. Che generosa ci dice di godere anche se poi siamo capaci solo di sfruttare una quarantina di quei duecento cavalli che abbiamo sotto il culo.
Noi siamo biker e, a differenza dagli altri esseri umani, non discendiamo dalle scimmie. Siamo pronipoti dei mitici centauri e il T.T. è la prateria dove inseguiamo la nostra libertà.

