( di Alberto Sigona )- Un tempo sacro simbolo identitario dal fascino irresistibile, oggi la maglia delle squadre di Calcio si sta sempre più piegando al vil denaro…
Ormai tra scritte, etichette e loghi vari, ogni uniforme da gioco, specie dalla Serie B a scendere, non è altro che una cozzaglia oscena di brand aziendali che ne annacquano la bellezza, ne oltraggiano il fascino e ne deturpano l’immagine.
Nel Calcio la divisa da gioco sino ad un tempo non proprio remoto rappresentava ben più di una semplice casacca da indossare per distinguersi dalle altre squadre concorrenti. Essa era un vero elemento identitario, esclusivo e prezioso, da esibire con orgoglio in quanto simbolo di appartenenza ad un club che incarnava l’essenza della propria città e dei propri abitanti. Essa era equiparabile ad una bandiera da sventolare con onore dinnanzi ai propri tifosi, una sorta di gonfalone da mostrare impettiti agli avversari in occasione di ogni contesa. La maglia della propria società era un qualcosa di sacro e inviolabile da vestire con grande riverenza e amare con devozione. Ed i sostenitori vi si identificavano pienamente, prodigandosi in una sorta di venerazione. Poi negli Anni Ottanta avrebbe fatto irruzione Lui, il dio Denaro. Che in Suo nome avrebbe mortificato ogni principio, ogni ideale, in sfregio ad ogni sana tradizione. Ed allora la casacca da gioco, un tempo immacolata, iniziò ad essere impunemente profanata dagli sponsor. Così, quella che era un’insegna distintiva nonché un simbolo culturale, iniziava ad essere sacrificata sull’altare dell’onnipotente pecunia. Pur di preservare bilanci e garantire plusvalenze. Tutti iniziarono a scendere a compromessi, a barattare vessilli e marchi identitari con loghi e marchi pubblicitari. E fu così che col trascorrere degli anni le scritte commerciali si sarebbero fatte sempre più invadenti, ingombranti, indecenti e dissacranti, pretendendo sempre più attenzioni, sempre più centimetri quadrati su quelle maglie che si offrivano volentieri al miglior offerente, con buona pace di quella inviolabilità che sin dalle origini aveva contraddistinto la casacca da gioco. Essa veniva pertanto immolata in nome delle réclame, in ossequio alle (il)logiche imprenditoriali, per un Calcio che nel frattempo diveniva azienda in tutto e per tutto, senza se e senza ma. Così in un’epoca in cui i budget e i conti economici facevano passare in secondo piano ogni cosa, una semplice maglia veniva vista non più come un elemento identitario ma come un mezzo tra i tanti per far lievitare le entrate contabili, per fare cassa, per monetizzare, infischiandosene di ogni valore che non fosse quello economico.
Un tempo le maglie dei calciatori erano un bel vedere, un sano godimento per gli occhi. Tutti quei colori sgargianti, quei contrasti cromatici, quelle sfumature, quei design particolari: ogni divisa era quasi un’arte da indossare. Ogni casacca era limpida, senza nient’altro che lo stemma societario e, al limite, lo sponsor tecnico. Essa era unica e inconfondibile, e contribuiva non poco ad accendere la passione del tifoso e a stuzzicarne la fantasia. Oggi tra scritte, etichette e loghi vari, ogni uniforme da gioco, specie dalla Serie B a scendere, non è altro che una cozzaglia oscena di brand aziendali che ne annacquano la bellezza, ne oltraggiano il fascino e ne deturpano l’immagine. I calciatori, “poveri” loro, sembrano dei cartelloni ambulanti, tra chi t’invita a bere una determinata acqua minerale e chi ti sollecita a scegliere un nuovo fornitore di luce e gas, tra chi ti spinge a guidare un certo tipo di automobile e chi ti induce ad usufruire dei servizi di una banca, tra chi cerca di convincerti a volare in lidi esotici e chi ti esorta ad adoperare una tipologia di malta cementizia… Francamente non è proprio un bello spettacolo, ma anzi il tutto dà un fastidioso senso di confusione visiva di cui faremmo volentieri a meno.
Certo, mi rendo conto che tornare indietro di cinquant’anni, quando la divisa societaria era intatta, pura maglia vergine, casta e innocente, sia alquanto anacronistico e per certi versi impossibile, ma credo che come per ogni cosa umana ci sia un limite a tutto. D’altronde non a caso i nostri avi latini asserivano “Ne quid nimis” [Non eccedere in nulla]. D’accordo riservare sulla maglia un certo spazio alle scritte pubblicitarie, ma non si può ricoprirne la quasi totalità, imbrattando ogni angolo dal lato A al retro con ogni sorta di messaggi promozionali che non fanno altro che cagionare disaffezione e oserei dire disgusto nei confronti di quello che un tempo era l’emblema per eccellenza di un club. Non si può cancellare in nome del vil denaro un simbolo che racchiude in sé la storia di una società, la sua tradizione ed i suoi significati. Perchè, contrariamente a quanto si possa pensare, essi valgono molto di più di tanta moneta sonante. E non si possono e non si devono mercanteggiare. Mai! E in questo dovremmo prendere da esempio l’NBA (Basket USA), che da sempre, nonostante l’irrompere della modernità, coi suoi eccessi e le sue storture, si rifiuta di scendere a patti con i quattrini, lasciando pressoché intonse le canotte di gara delle squadre cestistiche. E anche tanti altri sport a stelle e strisce sono ben lungi dal farsi ammaliare dagli introiti provenienti dalla “vendita” di spazi sulle casacche di gioco.
Pertanto un sincero ed accorato appello va indirizzato a chi di dovere affinché provveda al più presto a regolamentare con norme più stringenti (trovando il giusto compromesso tra tradizione ed innovazione) l’ambito pubblicitario riguardante il pianeta del calcio, con un occhio particolare alle serie minori, rimettendo un po’ di ordine tra tanta sfrenatezza, in modo tale che in ossequio al buon senso e al buon gusto si possa tornare ad apprezzare quel sapore di antico da cui il nostro amato sport non dovrebbe mai svignarsela. Così che anche in piena era moderna si possa preservare il fascino di quello che malgrado tutto rimane il gioco più bello del Mondo.
